MILLEUNANOTA

by Otto & Tito

Il sito delle più scanzonate dissertazioni musical-teatrali, con i grandissimi Otto & Tito

 

Tutti i diritti sono riservati.

Testi, contenuti, clip, musiche, possono essere citati (e/o linkati) ma senza variazioni e menzionando la fonte. Contattare nel caso di dubbi all'indirizzo mail sotto specificato.

 
 
 
 
 

Quattro passi in Galleria

Non tutto ma di tutto

Potete trovare queste e molte altre immagini nei nostri post sui vari Social collegati.

Colazione à la Ciaikovskij
 
 

LE MIRABILI PARODIE DI OTTO &  TITO

Ci sono anche delle simpatiche parodie nei nostri Social. Ecco un esempio!

 

ottocruciverba

Quel briccone di Otto (e suo fratello Tito) propongono anche giochi come cruciverba musicali e questionari arcani. Mettetevi alla prova!

Fate uno screenshot del cruciverba o ingranditelo, risolvetelo con calma e verificate la soluzione al tasto apposito.

ottocruvivertba 1 df.JPG
 

titocruciverba

 

Anche Otto & Tito hanno uno specchio magico, che propone indovinelli mortali, se non vi si sa rispondere...

 

La soluzione dello specchio...

 

FOTOREBUS MUSICALE

Otto & Tito sui loro Social vi propongono anche dei Foto-rebus musicali.

Guardate queste 4 immagini. Si riferiscono ad un'opera lirica, il cui titolo andrete a scoprire coordinando i soggetti delle foto, Dovete individuare anche il nome del compositore (la prima o ultima foto vi suggeriscono in particolare). Se non riuscite proprio cliccando sul primo bottone "aiuto" ascolterete un brano musicale che vi aiuterà. Cliccando sul bottone in fondo avrete la soluzione.

 

TRE INDOVINELLI OPERISTICI

Seguiteci e ne troverete altri anche nei Social.

Le soluzioni al tasto sotto

 

Un pover'uomo (Quale titolo operistico?)

Se ti industri riuscirai
ma son certo gran ben guai
capir chi sta nel problema
che qui pongo senza tema.

Per i mari certo vaga
e la sete pronto appaga
ma d'amore e fratellanza
è la sua vera lagnanza.

Il prode (Nome di persona)

Toscanini ti ricorda;
personaggio di Bellini;
pure il re di Lancillotto
e un Honegger molto dotto.

Quale compositore?

La Maria è preferita
ve ne sono almeno quattro
scritte dal compositore
musicista di valore.

Gira il mondo in qua e là
da Granada a Saardàm
sempre in cerca di beltà
nacque in nobile città.

♪♫CHI SON? ♪♫

DUE PAZZI IN UNO

Otto & Tito vi invitano nel mondo magico delle dissertazioni serie ma non troppo su musica, teatro musicale e tutto quanto gira attorno e dentro essi. Con articoli, commenti, recensioni, foto, video, quiz e sondaggi. Cercate qui e ai vari indiirzzi citati nei Social evidenziati.

 
 
 

Testimonials

Dicono e spergiurano su di noi:

 

Quando ero quaggiù questo meraviglioso Sito non esisteva ancora. Ma ora che sono lassù e tutto vedo, vi raccomando di seguirlo perché è senza eguali! Anzi: ve lo ordino. Hojotoho! Hojotoho!

Herbert von Karajan

Io che non sono ancora lassù (per sfortuna vostra), ma ancora quaggiù debbo dire che amo tre cose: fabbricare profumi (e balocchi), tagliare il prosciuttino ma soprattutto seguire questo meraviglioso sito! Dirigere??? Noooo... Quello lo faccio a tempo perso...

Fabio Luisi

Che monnezza ce stà a giro! Nisciuno che sappia scrivere de musica come solo io e Otto con Tito sappiam fare! Che aggia a dì? Jatevenne vah!

Paolo Isotta

 

SIAMO ANCHE SU

"CIRCUITO MUSICA"

 

FISCHI & FIASCHI

IL NOSTRO NUOVO BLOG AGGIUNTO

Nel bel mezzo dell’estate, proprio il giorno di Ferragosto, proviamo a lanciare un nuovo luogo di commenti musical-teatrali. In esso pubblicheremo articoli brevi, eventualmente comparsi contestualmente pure altrove.

Saranno contraddistinti dalla malizia: considerazioni cattive a spettacoli pessimi, ma altresì note moleste (ma giustificate) a rappresentazioni approvate da una parte del pubblico, rispettando in tal caso e sia pure, il giudizio della massa. Ma anche riflessioni distruttive a recite e proposte “buone” che tali non sono, a giudizio di chi qui scrive e lo spiega beninteso.

 

Due nostri articoli eccellenti

Potete trovare tutti i nostri più recenti articoli nei post dei vari Social di cui all'intestazione del Sito (in particolare su tumblr e wordpress).

UN TEATRO DI PARTE?

15 ottobre 2018

Da sempre si discute se, per esempio, filosofia e scienza possano tra loro "dialogare", ed anche scienza e religione. Non meno ed altrettanto problematico il rapporto tra Arte (scrivo di proposito con la maiuscola) e un elemento "terreno" quale la politica. A scanso di innescare riflessioni a loro volta troppo "filosofiche", intenderò politica nel senso più comune, quella di tutti i giorni, senza per ciò togliere il valore intrinseco al termine.

Posso dunque realizzare un evento artistico, più specificamente musicale, in ossequio ad una determinata marcatura politica? Posso suonare una sinfonia in modo di "destra" o all'apposto di "sinistra", in barba-semmai fosse-a quanto di (eventualmente) ben già prefissato dall'autore esiste?
E posso-ancor più-inventare una messa in scena operistica (una regia cosiddetta) di un melodramma, dando colorazioni politiche, a favore o contro la realtà quotidiana ed anche a ritroso, retrodatando il pensiero del compositore, attualizzandolo o innovandolo a mia discrezione (arbitraria)?

Lo scorso gennaio al Teatro del Maggio musicale fiorentino è stata prodotta (e voluta fortemente) una discutissima Carmen per le smanie di Leo Muscato (che verrà riproposta sino alla decomposizione), con una inversione di ruoli assolutamente ridicola e manifestamente falsificante l'assunto musical-drammaturgico di Bizet, ove proprio la morte della protagonista è da essa stessa voluta come prova della sua volontà e forza contro il "maschilismo" (semmai fosse) di don Giuseppe. La ragione-per i produttori-era di manifestare contro il femminicidio.

Sempre a Firenze, a settembre la trilogia verdiana, con le bislacche ragioni, stavolta di Francesco Micheli, veniva pubblicizzata dal direttore musicale, Fabio Luisi con questa espressione, apparsa sulla stampa ("la Repubblica", 12 settembre): «Contro il disinteresse, l'ignoranza. Contro il trumpismo, il salvinismo, il populismo e il disprezzo del diverso».
Un famoso pedagogista marchigiano non penso proprio con idee di "destra", metteva in guardia dagli "ismi", laddove il suffisso medesimo, il suo uso ed ovviamente l'abuso, generava-a farla breve-un troppo facile utilizzo dello stesso.

Si potrebbe perciò dire-cavalcando il suddetto gusto e del tutto democraticamente affermando-che siamo stufi di questo "regismo", di questo "manierismo" (nella regia teatrale d'oggi), dell'opportunismo e del "bruttapieghismo" nell'invadenza del "Regietheater" (regietheaterismo) ed ovviamente-e peggio-in quelle prese per i fondelli al borghese gonzo, quelle per capirci di ambientare-ad esempio-i Maestri cantori davanti alle rovine della cattedrale di Dresda con i cantanti in neri cappotti in uso nel nazismo.
E stufi anche saremmo dei teatri e responsabili che fanno politica (e propaganda) nell'Arte e sull'Arte, dentro ad essa e contro essa.

Per par condicio almeno, speriamo che la prossima Cavalleria rusticana in scena a Firenze a febbraio, sia fascistissima, in riguardo del suo compositore.

https://www.youtube.com/watch?v=fg1GIrXERes&t=9s


Mozart? Secondario, copione, nazista.

23 febbraio 2017

Sì, qui si parla proprio di Joannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart (Salisburgo, 27 gennaio 1756 – Vienna, 5 dicembre 1791).
"Quello" che ha scritto nel campo della lirica «Don Giovanni» (la creazione innanzi alla quale Goethe si inchinava), «Le nozze di Figaro», «Il flauto magico» e... tutto il resto.

In un precedente «topic» si era parlato della libertà sconfinante nel vaniloquio da parte di certa critica mediocre e non, verso più che altro esecuzioni ed interpreti di malsicuro valore, per fini molto evidenti o nient'affatto.

Per completare o meglio ampliare il quadro può essere dilettevole notare come tale comportamento tocchi anche la «musicologia» togata (o meglio, presunta tale).
Ecco infatti che il 27 luglio 2016 è uscito il volume «La caduta degli Dei», degli egregi «professori» Bianchini-Trombetta.

Primo tomo di compulsiva volontà tesa a riscrivere a suon di «documenti probanti» la storia della musica.
C'è da che restar ammirati per la veemenza e la tenacia.
Non c'è invece bisogno di acquistare il libro e leggerselo, perché sono sufficienti le dichiarazioni pubbliche dei due Autori, dalle loro stesse labbra addirittura visibili on-line, e da qualche riflessione conseguente a farli cadere nel ridicolo, malgrado loro.
Ora non è che la scienza musicologica sia infallibile: di falsità, equivoci, giudizi affrettati se ne contano molti e proprio la storia della letteratura specifica sui più alti nomi della musica lo testimonia. Vi possono essere versioni e revisioni, tuttavia lo «stacco» temporale se non altro, rende sicure certe «conclusioni» critiche.

Il libro raccoglie i risultati dei nostri studi sulla musica del Settecento e su Mozart, autore venerato da oltre due secoli come un dio. Ci siamo interrogati sulle ragioni di quel culto, e abbiamo sfrondato le molte biografie dai luoghi comuni, come quello del genio di natura. Sino al secolo scorso la tendenza era quella di minimizzare le problematicità, per non turbare l'immagine impressa nella mente del pubblico. Nel nostro lavoro, suddiviso in due parti, individuiamo alcuni punti contraddittori della sterminata bibliografia mozartiana, li verifichiamo e li analizziamo. Di ognuna delle quasi 2000 citazioni segnaliamo le fonti, per consentire al lettore la verifica. Da queste premesse è nata la presente biografia critica di Mozart, che risponde ai numerosi dubbi sollevati dai ricercatori.
(dalla presentazione del volume)

Letto così sembra tutto «corretto» nel senso di «lecito» l'indagine volta a riconsiderare il «mito», salvo poi discutere «i risultati» degli estensori.
Ma cosa «oppongono» gli esimi, musicologi, laureati con lode alla Scuola di Paleografia e Filologia Musicale di Cremona ci vien ricordato ad ogni piè sospinto, quasi a precisare che «i signori sì, che se ne intendono»?

Mozart? Musicista di second'ordine, copione e nazista (quando-vien spontaneo dirlo-la “musicologia” cialtrona cerca di ingannare i borghesi).
Un libro di due “musicologi” valtellinesi, marito e moglie-lei dal significativo cognome da nubile che fa “Trombetta”-che rivela la verità da sempre saputa ma negata dalla storiografia musicale colta, tedesca e falsificatrice...

Un libro che sarà piaciuto a Riccardo Muti visto ha voluto sempre valorizzare le italiche forze nascoste, di cui Mozart ed altri si sarebbero furbescamente appropriati (gli autori hanno fatto parte del comitato scientifico per i 200 anni di Paisiello, con la supervisione del maestro napoletano [Muti]). Un libro dove le ovvietà (come quella dei "prestiti", dei "plagi" usi e normali nel Settecento) sembrano esser la costante da parte dei due scrittori; così le notazioni sociali, storico-politiche coeve e poi.
Nella intervista-presentazione tuttora on line, sotto il patronato di una oscura emittente locale e di una direttrice-conduttrice a dir poco risibile, si ammira la ciabattaggine dei due Autori, coi loro luoghi comuni per fare audience e menar il naso i creduloni.
Ne conseguirebbe che dopo Mozart nazi, scopriremo Sostakovich stalinista, Beethoven anarchico, Ciaikovskiij zarista, Sibelius fascista, Mascagni peggio che mai, Ravel finocchio, Schubert sifilitico, Orff nazista verace, Puccini monarchico, Davis brutto sporco negro, Hindemith maiale... 
Al rogo, al rogo!

Qualche passo [in un link sotto un estratto video dall'integrale]:

(...) Mozart è stato un compositore bravo, nessuno nega le qualità musicali che può avere un compositore, però il problema è che è stato poi manovrato dalla politica nel corso degli anni... Quindi si sono inventati aneddoti, si sono inventati miti, e nel periodo nazista questo ha preso ancora più corpo e più peso...

(...)
Era un bravo improvvisatore ma tante idee che noi abbiamo di Mozart capace di leggere a prima vista in assoluto, genio di natura, sono tutte completamente manovrate...

(...)
Si è creata l'illusione di una Scuola austriaca, asburgica diciamo... una Scuola dal niente, dal niente... Una Scuola riconosciuta a posteriori ma che non era una Scuola, perché hanno cercato di mettere assieme queste tre figure (Hadyn, Mozart, Beethoven) che non avevano neanche vissuto a Vienna, più di tanto... Però il lavoro soprattutto degli scrittori dell'800 è stato quello di far vedere le affinità, il collegamento, di queste tre importanti musicisti...

(...)
(intervistatrice): In realtà Mozart è diventato un musicista di grandezza mondiale...
(la Prof.): Questo è dovuto soprattutto agli studi che son stati fatti dall'800 poi sino all'epoca del nazionalsocialismo... Mozart-non si sa-[ma] è stato insignito del titolo di "nazista onorario"... Al pari di Wagner... Quindi è diventato una figura culturale, musicale di riferimento, anche per i nazisti...

(...) 
L'interesse per Mozart è nato anche e si è diffuso maggiormente soprattutto nel periodo nazista... Perché Mozart era considerato un eroe della musica tedesca...

(...)
(intervistatrice): Non era il compositore universale che la storia ci ha proposto...
(la Prof.): Secondo noi no... Non è... Era un bravo compositore ma non il genio assoluto... il talento innato... Perché non crediamo assolutamente ci sia il genio di natura...
Questo "genio" universalmente riconosciuto noi non l'abbiamo trovato... Noi abbiamo trovato un uomo che ha fatto fatica anche in vita ad essere apprezzato...

(...)
(intervistatrice): Come hanno reagito gli appassionati del "presunto" talento austriaco?
(segue risposta con divagazioni, poi il Prof. dice): Mozart è un camaleonte... Lui si maschera dietro tante musiche diverse [intende altrui, plagiate, copiate]... 

(...)
Nell'800 il classicismo viennese non esiste... E' una cosa inventata di sana pianta per mettere in piedi i musicisti tedeschi... soprattutto nel periodo dei nazisti... La Trinità... Haydn, il padre, il figlio fanciullo, Mozart... lo Spirito, Beethoven... Esseri messi come divinità in una teca...

(...)
Mozart non ha frequentato nessuna scuola, neanche una scuola elementare... Neanche una scuola che lo potesse formare nelle scienze umane... Non c'è stato nulla. Ed anche da parte musicale c'era stato solo il lavoro del padre [e Leopold non aveva studiato da nessuna parte]. Ma non aveva [Wolfgang] avuto maestri... Padre Martini non è stato suo maestro... Quindi chi ha formato questo compositore? In un conservatorio non c'è andato... Come si è formato? E' venuto dal nulla? La [sua] musica è bella, certo. Ma lui come ha fatto a comporla se non ha avuto una formazione adeguata?


Certo. Documenti alla mano, «pignoleggia» il professor Bianchini, come se non si sapesse da sempre che ai «documenti» si possono far dire anche ciò che essi «non dicono» per esempio.
Il Bianchini non ha paura forte della sua cultura specialistica, ma che [si veda nella clip] in calàta del luogo di residenza parla della «pulizia» riferendosi alla «polizia», a smontare tutta la storiografia musicale e si vorrebbe sapere «perché».
Al libro suo e della di lui consorte danno appoggio e consenso alcuni e veniamo informati nel sito degli Autori che il libro “Mozart La caduta degli dei” è stato adottato nel secondo corso del Triennio di Storia della Musica tenuto dal Professor Daniele Fusi all’ISSM di Siena... Gli studenti seguono anche le registrazioni di Radio Vaticana con intervista di Luigi Picardi e utilizzano la nuova biografia di Mozart come libro di riferimento...
Il ciclo di undici puntate per Radio Vaticana sul loro libro «Mozart la caduta degli dei e sul cosiddetto “classicismo viennese”», è andato in onda ogni domenica fino a fine novembre 2016 ed il 26 ottobre 2016 sono stati invitati a Roma alla Camera dei Deputati come relatori per presentare il loro libro su Teresina Tua Quadrio [celebre violinista dell'Ottocento, ndr].

Il tutto (ma si potrebbe aggiungere) a far vedere come l'arroganza culturale si nasconda sotto molte vesti, e che sia bene vigilare di testa propria, ben attenti a quello che circola e viene presentato e proposto come verità e certezza, tanto più nel campo così «ambiguo» dell'Arte.

IL VIDEO (estratto dall'integrale pubblica su Internet)

 https://drive.google.com/file/d/0B_WfN4 ... sp=sharing

 

CRIMINI E MISFATTI

Questo articolo rivela un avvenimento che riguarda tanto il titolare del presente sito, quanto della fauna tipica del settore.

 

Il bello, il brutto e il cretino

12 luglio 2020

Chi sia “il bello”, chi “il brutto” lo scoprirà (e deciderà) il gentile lettore leggendo questa mia nota. Il “cretino” invece-ve lo dico subito-sono (o sarei) io. Almeno per un utente di un abbastanza noto luogo di ritrovo informatico dove gli stessissimi articoli che lo scrivente pubblica qui e altrove nei Social,  dopo aver letto il “corsivo” [vedi *] in cui dicevo nel contesto che “La forza del destino” è (testuale) “quasi la peggiore opera del Maestro de Le Roncole”, ha replicato dicendo che “non posso non pensare che chi l’ha scritto [intende l’articolo] sia un cretino”.

Va detto che forse-dico forse-il castigatore ha equivocato pensando che io riportassi un giudizio di terza persona (Paolo Isotta?), ma a) cambia poco; b) il dubbio resta e in un luogo pubblicamente frequentato, dove i “nick” d’uso celano per modo di dire le autentiche persone la cui anagrafica, giusta identità è nota e facilmente rintracciabile, la gratuità ed offesa restano. Tanto più che le regole del luogo di ritrovo informatico parlano chiaro: buon vicinato etc etc.

La possibilità di una querela non è aleatoria, anzi è concreta, nei tempi e modi della prassi giurisprudenziale ai tempi moderni di Internet, colpendo tanto l’autore che il luogo dove viene ospitata la sentenza infamante, non solo, persino tutti coloro che direttamente o indirettamente l’approvano. Due-tre mesi di tempo per agire, anche se vi è stata rimozione del contendere, ma ricorrano le specifiche del caso.

Segnalando tempestivamente come previsto alla redazione l’avvenimento, il giorno appresso-contestualmente alla rimozione delle “ingiurie” è arrivata da parte del “vicedirettore” del luogo, una sentenza che rincara la dose e peggio, perché non potendo emettere un giudizio di legittimità sul modo naturale di esser io nel momento in cui scrivo, con le mie proprie idee, benissimo esposte e contenutisticamente forti, ancorché criticissime (ossia giudicanti), non potendo dunque obiettivamente trovare vizi di legittimità a come lì ho sempre operato (senza mai dare del “cretino” ad alcuno), il “vice” ha emesso un pletorico giudizio di merito sulla mia partecipazione, a ludibrio del folto pubblico frequentatore il Sacro recinto:


>>Non mi esprimo sul livello di cretineria di [mio nick ivi], ma una volta di piu devo sottolineare come i suoi continui, inutili, pretestuosi, ammorbanti, futili, oziosi, sterili, irragionevoli, fatui, insensati, ripetitivi e gratuiti interventi, che dispensa con straordinaria generosità in tutte le sezioni del forum, ci affliggano pesantemente.<<


Insomma una volta cretino per via diretta, una seconda per via indiretta con l’aggiunta dei difetti indicati da aggettivi tra i più ricercati. Va detto che in quella sede, nel tempo, vi sono stati riconoscimenti e plausi pubblici nei miei riguardi, da parte del fondatore e sempre direttore del luogo (ed anche privatamente), dello stesso oggi “vice” che bacchetta e di guru del medesimo cenacolo. Ma evidentemente qualcosa non torna, reca fastidi.

La dura realtà moderna dell’apertura immensa by Internet a chicchessia di dire, esprimere, sentenziare, scrivere, atteggiarsi, criticare, tutto e tutti, specie in campi così pericolosi come quelli dell’Arte (in particolare musicale), ha creato uno stuolo di “pirla” di cui parlava Umberto Eco. Sono nati così “Blog”, e “Corrierini” neri, rossi e azzurri che si occupano dei fatti delle sale d’opera e da concerto, ove signori e signore che fanno i più nobilissimi e rispettabili mestieri di giorno (medico, infermiere, merciaio, salumaio, avvocato dei miei stivali, studente fuori corso, animatore sociale tra mari e monti), la sera veston i panni del censore e scrivono-quasi sempre con una prosa da “Bolletino del mare” così:


>>L’orchestra non ha suonato bene, ma nemmeno male, ed il Maestro pur bravo ci è parso (forse, aspettate, ci penso su) un po’ routinier…<<


>>Il soprano è stata una discreta Rosina e la sua voce non proprio sicura è probabilmente (vedremo alla prossima puntata) perfettibile…<<


Così il Capo Ufficio Stampa dei Teatri continuerà a mettere i suddetti Censori nella lista accrediti, evitando di dover sborsare di tasca propria (se i soldi ci sono) per i biglietti regolari a pagamento.

Vi era un sito funereamente noto, deceduto a fine 2019 in Milano con il terreno decesso del proprio inventore, padre e padrone (un altro giurisperito con consorte, dietro a nick presi dal mondo della lirica), che a parte essere [**]-lui sì-autore di "continui, inutili, pretestuosi, ammorbanti, futili, oziosi, sterili, irragionevoli, fatui, insensati, ripetitivi e gratuiti interventi, che dispensa…" (vedi sopra)-si vantava di pagare i biglietti che gli consentivano di entrare in teatro. Non legato a doppio filo con le Direzioni, gli artisti e le bollette da pagare, insomma facendo sia pure della pessima critica autocelebrativa, il defunto (ed amici) poteva in effetti permetterselo a differenza di altri.

Certamente la tradizione della credibilità ed autorevolezza data dalla carta stampata, del mestiere a tutto tondo, dello studio, della preparazione accademica completa e non parziale a casa tua (insomma del dilettantismo, con buona pace di Kant che agli amatori dava la palma di sincerità rispetto alle toghe), quella tradizione si è perduta ed oggi i noti giornalisti che scrivono sul foglio di carta (o in parte sul Web) sono anch’essi talvolta in difetto. Ovvio che l’importante sia bene scrivere e proporre, che un colto possa alla prova dei fatti esser noioso ed illeggibile rispetto un salace “ignorante” ma non prendiamoci in giro, anzi troppo sul serio!

Divenire “pubblicisti” e iscriversi localmente è molto semplice, specie se vi è un appoggio di una testata registrata senza tante problematiche dopotutto. Il circolo è vizioso e lo sanno tutti.

Una sera all’uscita degli artisti in Via Filodrammatici a Milano, attendevo per gli autografi di rito Mstislav Leopol’dovič Rostropovič che usciva dall’aver diretto un Concerto. Prima di me una coppia di fidanzatini-lui e lei-complimentosi coll’illustrissimo cellista. Circolava per mano dei due piccioncini uno spartito di non so quale cosa di Beethoven. Mstislav gettò un’occhiata sulle pagine pentagrammate, due tre pagine con un ghigno slavo e una parola italiana: “Cretino…”. Poi quando toccò a me, diedi “Sheherazade” di Rimskij-Korsakov da autografarmi, il volto si illuminò e gridò: “Ahhh… Questo, questo sì!!!”.

Ho scritto in un necrologio [***] che il passato a miglior vita venisse stabilmente in vita etichettato nell’ambiente musicale milanese come “cretino” (meglio: “lo scemo”; sentito con le mie orecchie).

Con le quali cose, un Beethoven cretino (oltre che sordo) ed un Arruga scemo, posso certamente consolarmi e stare tranquillo.

ag

[*] https://milleunanota.tumblr.com/post/622967321737216000/il-diabolico-pereira-un-anno-di-maggio

[**] https://milleunanota.tumblr.com/post/189607013447/domenico-%C3%A8-sempre-domenico

[***] https://milleunanota.tumblr.com/post/622998067335036928/e-morto-lorenzo-arruga

 

I NOSTRI ULTIMI ARTICOLI

Qui vengono riportati sempre alcuni dei nostri ultimi articoli comparsi nei Social.

PER RAGIONI TECNICHE GLI ARTICOLI QUI  PUBBLICATI GIUNGONO SINO AD UNA CERTA DATA.

POTETE LEGGERE GLI AGGIORNAMENTI E LE ULTIMISSIME CONSIDERAZIONI SUI VARI SOCIAL CHE APPAIONO IN QUESTO STESSO SITO

p.es.:

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L’Inno di Mameli (Novaro) all’opera (Fratelli di taglia)

9 dicembre 2018

Siccome non sembra che l’ “Attila” scaligero abbia destato grandissimi consensi una volta dato e visto malgrado le attese, sarà possibile parlare della parte migliore dello spettacolo-relativamente la prima, che però crea un argomento-come si vede-di bel suo proprio.

Parrebbe comunque che la parola ricorrente presso il pubblico perlomeno televisivo dell’inaugurazione, sia stata “noia”. E’ strano che in ciò concordino tanto gli appassionati conservatori quanto quelli progressisti, perché Davide Livermore è un interessato “verdiano”, non meno se non più dei vari Vick e Michieletto e se la sua regia di questo “Attila” contiene immagini teutoniche da “Caduta degli dei” di Visconti e accessori, non è poi tanto peggio di molte altre dei colleghi in voga.
Che sia-il Livermore-come Verdi Giuseppe, un “liberale di destra” [*], dalla parte del popolo contadino e lavoratore, ma padre-padrone che contava alla finestra di Sant’Agata, i sacchi col raccolto dando il plàcet al contadino servo?

La sezione più interessante dello spettacolo milanese può essere ritrovata entro la clip sotto che proponiamo (durata 7 minuti e 25 secondi; vale forse la pena). Si tratta del nostro povero Inno nazionale conosciuto dai più come “di Mameli” anche se la musica-che è il vero punto del contendere (il bruttume o il lascia stare, tanto è così)-è opera di Michele Novaro.
Le vicende della genesi e del suo tormentatissimo destino nel tempo dal 1847 ad oggi quando-finalmente o purtroppo-fu stabilito per Legge come definitivo, (nº 181 del 4 dicembre 2017), sono rintracciabili su Wikipedia alla voce “Il canto degli Italiani” e meritano di essere lette (se ne occupò anche una puntata del programma televisivo “Il tempo e la storia”), specie per la parte “odierna”.

Né “La leggenda del Piave”, né “Va pensiero” e tantomeno “L’inno di Garibaldi” (che piaceva a Toscanini come noto) son riusciti a spuntarla, né gli opposti pareri di illustri come Craxi, Bossi, Buttiglione (a sfavore e per un cambio) così come Luciano Berio (lo scrittore Antonio Spinosa giudicò addirittura l’ “Inno di Mameli” come troppo maschilista), mentre il presidente Ciampi si adoperò per la sua conferma e stabilità con-ad esempio-la valutazione tutt’altro che negativa, sotto un profilo strettamente musicale, di Roman Vlad.

Da oltre un decennio-infaticabilmente per ogni dove, comprese le tv pubbliche e private-con una compulsività quasi patologica-Michele D’Andrea-specialista di Comunicazione istituzionale e quant’altro-si affanna a provare la nobiltà del pezzo di Mameli-Novaro, ascrivendolo ai più immortali Inni nazionali del mondo, con peregrine motivazioni musicali e funzionali, giustificando le ovvie e fisiologiche “banalità” di uno dei tanti canti dell’epoca, in tempo di 4/4, oltre il risibile [**].

Per il D’Andrea il brano è senza mezzi termini “uno degli inni nazionali più interessanti al mondo” e sottolinea “dal punto di vista musicale” (non, si badi, del testo, che è-dice egli in sostanza-banalotto).
La colpa della cattiva fama sarebbe dovuta alle “cattive esecuzioni” che del brano son state offerte.
Parla di “dinamismo, fluidità, possanza, maestosità” dello spartito originale e ci tiene a rimarcare che non si tratta di una “marcia”, una “marcetta” e che esso vien dritto dritto dall’esperienza operistica coeva, anzi trattasi di “un momento di opera lirica”. [***]

Quello che appare-prosegue ad oltranza lo specialista-come “ingessamento” è “dovuto (purtroppo, specifica) ad un cerimoniale militare”, che obbliga a far marciare soldati, bandiera e alfiere in testa (proviamo con un tango?). Ma le cose non stanno così, sentenzia. Inoltre, secondo il D’Andrea, il brano “è l’unico al mondo in cui ad agire ci sono due protagonisti” (sarebbero l’annunciatore e il coro-popolo).
Ne consegue tutto sommato che secondo il difensore d’ufficio predetto “La Marsigliese” e l’Inno ex-sovietico (ora russo) su musica di Aleksandr Vasil’evič Aleksandrov, non abbiano grinta, bellezza e siano poco funzionali (anche) nelle parate (su cosa sfilino i soldati francesi e russi, non si saprebbe).
Per la serie (come si dice) se ne sentono e leggono sempre di eccellenti: basta crederci.

Eppure-pur con tutti i limiti, i “se” e i “ma”-il pezzo che ritualmente si sente anche in teatro d’opera, oltre che in tutte le altre ovvie ricorrenze e consuetudini-ha una variegata possibilità esecutiva e di impatto, come le sei “eccellenti” prove testimoniano sotto.
Nella clip sono riprodotte le esecuzioni-interpretazioni di Chailly (2018), Muti (anno verdiano), Abbado (Roma 2001), Karajan (1972), Toscanini (1943-4, in “Inno delle nazioni” di Verdi, 1862), Allevi (2011).

[*] Giuseppe Verdi, Autobiografia dalle lettere, p.162, BUR, 1951 (nota)

[**] https://www.youtube.com/watch?v=yd_BfDA7Ms0

[***] Le prime critiche al “Canto degli Italiani” furono rivolte da Giuseppe Mazzini. In particolare, il patriota genovese considerava la musica del “Canto degli Italiani” troppo poco marziale. Mazzini, che contestava anche il testo, commissionò nel 1848 un nuovo brano a Mameli, dando l’incarico a Verdi di musicarlo, il cui titolo era “Suona la tromba” (in “Wikipedia” vedi sopra).

https://youtu.be/usqSat3nZ94

https://www.dropbox.com/s/i1y0bt2qsrfyujx/fratelli%20di%20taglia%20prog%20rif.mp4?dl=0

Tutti pazzi per Ma…scagni (Cavalleria rusticana al teatro del Maggio)

5 febbraio 2019

Hai voglia a fare Olandesi e Villi a Firenze. Qui van tutti pazzi per lui, il nostro Pietrone nazionale, quello che nella bellissima fotografia del Luce, sta con il Duce, in un magnifico frack da cerimonia, dieci volte più elegante ed elegantemente del Capo del Fascismo, bisogna ammetterlo.

Delle quattro recite previste dal 12 febbraio, unitamente l’operetta di Jacques Offenbach, “Un mari à la porte”, auspice-come direbbe e dirà il solito giornalista del TG3Toscana-lo “specialista” Valerio Galli (specialista in Puccini e dintorni), una-la domenicale-del 17 è esaurita, le altre quasi. Teatro-il nuovo Comunale (che non ci senta Chiarot chiamarlo così!)-da 1800 posti.
La matematica non è un’opinione, quindi faranno settemiladuecento frenetiche persone che applaudiranno all’opera del Livornese.

Un’opinione invece che Mascagni sia un grande musicista della Storia, anche se un critico del Web come la nota Roberta Pedrotti, lo ha definito a suo tempo (malgrado abbia negato l’affermazione che pur resta nel mare magnum informatico, andate a cercarla, la troverete), un anticipatore di Britten oppure-tiè!-che l’Inglese si sia ispirato, quando e come lo sa la Pedrotti, a Lui (Mascagni, non il Duce!).

Una certezza che Mascagni “al crollo del Regime, nel 1943, avesse ricevuto dai «fondi segreti» di Mussolini, 1.290.000 lire: per l’epoca, un somma enorme” [se calcoliamo giusto-ndr-in euro odierni fanno 428.571,72].

Alessandro Zignani nel suo “La storia negata. Musica e musicisti nell’era fascista” (Zecchini editore, 2016, pagg. 45-46), prosegue: “Il satrapo della musica soggiornava in un Grand Hotel romano, disseminando sospetti e attizzando zizzanie tra i colleghi dotati di una faccia meno bronzea.
Anche se la morte di Turiddu aveva, in parte, ucciso anche la sua fama, l’elevazione di «Cavalleria»al rango di mito del Mediterraneo, sì aspro eppur vitale, gli proteggeva le spalle”.

Lasciando agli altri il piacere di andare, ascoltare, giudicare e scrivere qui dello spettacolo. Come dicevano due famosi comici televisivi, noi no, noi, no.

https://www.maggiofiorentino.com/events/dittico-cavalleria-rusticana-un-mari-a-la-porte/

LA FOTO DI MUSSOLINI E MASCAGNI IN FRACK PUO' ESSERE RINTRACCIATA POCO SOPRA NELLA SEZIONE "DUE NOSTRI ARTICOLI ECCELLENTI"

 

O Mascherello caro…                                                                                                 (Una notte all’Opera [di Firenze])

18 gennaio 2019

UNA LETTERA

Caro Mascherello,

dai ricciuti ma corti capelli neri, piccoletto ma proporzionato, che sembri un folletto uscito dal “Sogno” shakesperiano e ti aggiri ovunque per il Teatro del Maggio, onnipresente, sembri giù in platea, ma poi salgo le scale e ti trovo alle Gallerie, sei a spiccare i biglietti al lato destro ma poi eccoti a quello sinistro. Mah!
Sono il tuo prediletto, quello a cui vanno tutte le tue attenzioni “come da Regolamento” Era Chiarot, pagina 128 programmone generale.
Sì, lo so che hai occhi pure per gli altri-sei noto-non aspiro all’esclusiva e non sono geloso!

Tu o giovine 25enne vorresti che il pubblico (fiorentino per di più) d’oggi si comportasse come quello di quando io avevo la tua vezzosa età e mai si sarebbe tolto-per esempio-la giacca alla Scala, per il caldo di giugno, restando in maniche di immacolata camicia benissimo stirata dalla mamma e papillon, ché dopo 3 minuti diconsi tre, la maschera del piano, sarebbe entrata a fartela rimettere tosto, inviata dal sovrintendente che-dal proprio palco di proscenio-scrutava cosa stava mai accadendo dall’altro lato della sala (ed era pure un socialista!).

Caro Mascherello, devi sapere che frequento le sale d’opera e concerto, i suoi usi (ed abusi) nonché costumi quando non solo tu non eri ancora nato, ma quando i tuoi genitori dodicenni immagino assistevano alla prima edizione di “Domenica in” con Corrado. Ma ho cominciato prestissimo debbo aggiungere.

Tante son state le occasioni di randevù (sic come poi) tra noi! Come quell’unica volta in vita mia che-sì ammetto-entrai in platea con una bottiglietta di plastica mezzo bevuta (al bar ormai quella ti rifilano e consentono, mica come ai nostri tempi quando Abbado univa due lunghi atti del Don Carlos e aspettavi l’ultimo accordo del finale parte prima, per correre al bar e non dover far fila, reclamando allora sì, il bicchierone di pompelmo: “m’ardon le fauci!”).
E dunque mi riprendesti che in sala non erano ammesse le bottigliette (“eh eh eh, Signore… Non si può…”).
Nel frattempo le cose si sono evolute e mi aspetto (a Firenze s’intende) che girino bottiglie e fiaschi (oltre che fischi) di Chianti.

Sempre in merito le famigerate bottigliette di cui sopra, altra volta, mi vedesti con un amico compagno di serata (ma forse ti ingelosisti, son spesso solo) che per lo stesso motivo vedi sopra portava una bottiglietta. L’osservazione fu che “si poteva portare la bottiglietta ma non bere” o-adesso non ricordo-“si poteva bere ma non portare la bottiglietta”, qualcosa del genere insomma.

I cellulari nel frattempo NON vengono spenti ed illuminano come nemmeno i più grossi riflettori in dotazione al parco luci del Teatro potrebbero (faremo la prossima regia con quelli, così si risparmia); ovviamente attaccano la propria suoneria appena Muti-tornato dopo anni-dà il segnale di inizio della Sinfonia del “Tell”, con un sincronismo che a farlo apposta non si riuscirebbe.

In Teatro occorrerebbe il silenzio tombale, ma qualche colpo di tosse ci scappa alle volte-sai bel Mascherello?-perché il riscaldamento-umidificazione non son ben regolati. Uno prova a non tossire, aspetta arrivi un fortissimo, ma accidenti stanno suonando il “Cigno di Tuonela” hai voglia ed è peggio allora, hai contrazioni e spasimi.
Menomale arrivi tu e ti preoccupi (come è accaduto a me-lo ricordi vero?) dello stato di salute mio. Se devi chiamare il medico di servizio ma per l’amor del Cielo, comunque tossisca fuori e stia male fuori (non lo dici ma il senso è questo).

Il pubblico entra in Teatro nel freddo inverno come nemmeno lo zar Boris faceva a Mosca e gli è permessissimo oppure tra qualche mese con le ciabatte (senza o-meglio-con calzini corti che fa più fine vero?), in quest’ultimo caso (ovverosia d’estate) i guardaroba sono parzialmente chiusi.
E non dimentichiamo le caramelle scartate al “pppppp” del finale della Patetica di Ciaikovskij.

Ieri sera, ultima dell’ “Olandese volante”, stavo in gallerìa, ultime file, prima poltrona, quella quasi attaccata alla parete, fila totalmente vuota, come quelle dietro e anche davanti mica tanto. Per la lontananza e mirare Re Luisi XIV che dirigeva con foga l’Ouverture, mi sono messo in piedi con il mio binocolo da teatro, avendo ben bene controllato che per quei dieci minuti (mica volevo stare sino alla fine in piedi sai?) non dessi fastidio a chi stava dietro.
Impossibile: non c’era né spazio, né alcuno.

Ma sei arrivato tu-caro Mascherello-e i tuoi ricciolini e piegandoti, sottovoce hai sussurrato al mio orecchio con una dolcezza infinita: “Scusi, signore, non pensa che starebbe molto più comodo seduto? eh eh eh?”.
Sei il diavolo. La Paola Calvetti a suo tempo deve averti reclutato per queste sottili doti diplomatiche e ammirevoli perifrasi che sai fare.

Ho pensato a qualche tua forma di nevrosi (i giovani lo son tutti, per un nonnulla chiamano la mamma), ma mi son anche detto-avendo studiato un po’ psicologia-che tu mi stia facendo il cosiddetto “filo”; è vero che son vecchietto ma mi difendo ancor bene ed ho un fascino al limòn delli caraìbi, e non c’è nulla di male, ma se vuoi un altro più mirato randevù, dai, dillo esplicito (questi giovani d’oggi!).

E poi-caro Mascherello-sapessi i tuoi colleghi, quelli della platea (parlo di ier sera sempre), dove mi son infilato dopo l’unico intervallo dato c’era posto e come fan tutti, ultima fila. Poveracci, lì a controllare due-tre fila di ragazzotti liceali mandati allo sbaraglio, che oltre ai cappottini e piumini, sgargarozzavano dalle maledette bottigliette che si passavan l’un l’altro. Poi attaccava la lunga seconda parte dell’opera e invero ti aspettavi chissà che casino. Invece no, nulla. Dopo poco li ho visti tutti tutti dormire, tempia contro tempia, da bravi compagni, una scena alla Bambi disneyana.
L’opera ai giovani, per tirarli su, sani e forti, con le giuste idee e abitudini: la musica si impara così, mandando i ragazzi a teatro, per bacco! Siamo salvi, W l’Italia e che Muti ci protegga.

Ma deliziosa è stata la fanciulla che stava davanti a me sulla sinistra.Si era verso la fine del II atto. Le donne si sa-biologicamente-hanno sempre freddo. Così mentre il suo principale interesse non era per nulla rivolto alla scena, tanto meno alla musica, come una gattina, si toccava e lisciava i lunghi biondi capelli. Poi si è infilata il soprabito, il cappelluccio di lana, i guanti e dopo ancora (mancavano 60 secondi alla chiusa d’atto II) ha chiesto alla maschera tuo collega, sottovoce ed implorante: “Per favore posso andarmene???”. Così fu fatto.
Li avran mandati tutti perché il terzo atto della regia fa tanto “Signore degli anelli” con il dark-punk-bim-bum-bam, ma quello accade dopo due ore di spettacolo…
Tu mi dirai-ma l’opera l’hai seguita, tanto eri attento a tutto questo? Certo, io son di un’altra generazione faccio due-tre cose assieme. E poi c’era Re Luisi da festeggiare!

Insomma-mio caro Mascherello-le cose stanno così epperò debbo ringraziarti. Stavo per fiondarmi all’intervallo dal vostro capo o dal direttore di sala, non ho visto se c’era Chiarot o Conte, altri sì, e dire che un po’ di coerenza andrebbe applicata. Ma mi hai offerto materia per un piccolo pezzo di colore.
Che se poi-qualcuno del Teatro lo leggesse e facesse girare nelle alte e basse sfere-avrò ottenuto qualcosa.

Cielo! Mi salterai addosso nuovamente, magari domani sera allo Stabat Mater di Dvorak!
Ma guarda che quella è musica sacra, particolare oltretutto perché Dvorak scrive pezzi di quel repertorio con una mano tutta speciale, drammatica ma sempre luminosa e lucente, mai triste e sconsolata.

Ora-caro Mascherello mio-ti saluto e ti auguro di riuscire nelle tue donchisciottesche imprese, ché il pubblico di quel Teatro, tanto ti offre per le sculacciate, non hai che l’imbarazzo della scelta!

Il tuo non proprio vecchietto, fedele e sano di mente.

 


Lorenzo Viotti nuovo direttore al Maggio? (Domani accadrà)

5 marzo 2019

Magari! E magari nel suo disegno interiore Cristiano Chiarot potrebbe aver in animo-tra circa quattro anni, allo scadere del periodo quaresimale imposto dalla esistenza di re Luisi XIV-di indicare l'attuale giovanissmo Viotti (1990), figlio d'arte come si sa (Marcello, prematuramente scomparso), quale nuovo e migliore responsabile della realtà fiorentina.
Non sappiamo tante cose. Certo l'età sarebbe giusta a quel momento, gli anni di Cristo e una memoria ai fasti del fu giovane Muti (1969) in quel della città medicea, ma pure all'anch'egli giovane Abbado in Scala (1968, 35 anni).

Di quest'ultimo illustre nome, Lorenzo Viotti, possiede al vero una gestualità molto prossima che però è egualmente presente in un altro grande della generazione antica, Bernstein, a cui-nel ciuffo che lo caratterizza e ad una certa avvenenza-può apparentarsi.
Anche se far tali nomi potrebbe risultare "sconveniente" ed inopportuno, l'abbiamo osservato da vicino ier sera a Firenze e se del primo possiede verosimilmente una tecnica molto disciplinata, precisa, accurata, del secondo ha una certa estrosità e calore, una comunicativa assai evidente se-tanto la stessa orchestra del Maggio-quanto il pubblico presente-hanno tributato ampi consensi e apprezzamenti non comuni per un ventottenne.

Non sappiamo se i tempi non poi così lontanissimi saranno a lui favorevoli, con le sorprese del mondo italico nella cultura e nella politica. Non sappiamo nemmeno se Viotti-attualmente tanto promettente e sulla strada del consolidamento-sia destinato invece ed ahimè ad una parabola discendente e divenire invece più semplicemente un altro kapellmeister. Anche la fortuna ha gioco.
Non sappiamo soprattutto quanta gola faccia (e farebbe a lui a quel tempo) il seggio fiorentino, dove sinfonica e lirica (che pure Viotti ha realizzato ed ancora produce) debbono essere concretati e gestiti. Per Muti fu un trampolino di lancio e gli anni che ha sulle spalle Viotti sono e sarebbero sempre pochi e adeguatamente tali.

Ma le magnifiche impressioni del suo primo concerto a Firenze (maggio 2018, Webern e Rachmaninov) e l'eccellente Bartok, quanto teso Dvorak del ritorno, sono a suo favore.
Quando una buona orchestra-come quella del Maggio-suona con accuratezza, bell'insieme e particolari, non sempre è facile dare (e giusto) il merito al direttore, che magìe non ne può fare se il corno spernacchia o il violino non è intonato.
Pure il risultato in un'opera così densa quale il Concerto per orchestra BB 123 del maestro ungherese, con le sue architetture novecentesche ma con rinvii quanto meno neo-classici e anche anteriori, i colori tipici in Bartok e della sua tavolozza strumentale, vi è stato.

Altrettanto (ed anche più, per la lezione viottiana) nel capolavoro di Dvorak, quella brahmsiana sua settima sinfonia, che però ha una scioltezza, un dinamismo ed una verve sconosciuti all'Amburghese, probabilmente il capolavoro (nell'ambito delle sinfonie sue) del compositore ceco.
Lorenzo Viotti vi si tuffa a piene mani, canta con l'orchestra ed il suo gesto è ampio, flessuoso ma pulito e senza eccessi, la postura è quella vecchio stile, il tronco, braccia, mani ìndicano e dispongono, ma le gambe sono ferme e senza agitazioni molto in voga tra i giovani direttori.
Il quarto movimento è la parte più impressionante e dimostrativa delle sue qualità e capacità, le ultime battute ("Molto maestoso" ff) con i celebri accordi "fz" a sigillo della partitura, vigorosi e magnetici.

Vi è una linea interpretativa ed esecutiva della "Settima" che realizza la pagina quasi cameristicamente; Viotti invece propone sempre e poi, proprio nel finale, la variante drammatica, con spinta del suono e della materia, in un effetto va detto travolgente (il crescendo-non scritto ma ìnsito-alla penultima battuta). Ed il successo è pieno. La formazione lo applaude, egli indica le parti tutte e le sezioni nelle quattro chiamate (l'ultima imposta e riservata dal primo violino per il direttore), i "bravo" dalla sala giungono ripetuti e sonori.
E il direttore ringrazia, alla vecchia maniera, mano sul cuore, inchino misurato, con le sue scarpe enormi (44/45?), in tela (?), dalla vistosa suola gommata bianca che scandalizzano una signora nell'intervallo, una giacca doppio petto che tira un po' troppo, il collo dell'immacolata camicia che stantuffa un tantino ed un saluto con la mano sinistra alle gallerie.

Domani accadrà. 

https://www.maggiofiorentino.com/events ... -viotti-3/

viotti.jpg
 

I suoni di Milleunanota

Meraviglia musicale

 

Muti, pizze e panzerotti (pugliesi)

19 aprile 2019

Dobbiamo ammetterlo. Il programma, agiografico sia pure, su Riccardo Muti, appena passato su RAI3, per la serie “A raccontare comincia tu”, è un assoluto e perfetto prodotto della nostra attuale televisione con diversi pregi di una volta e nessun “difetto” di quelli che invece oggi il mezzo propìna ed è pure obbligato a concedere per un pubblico “incolto”.
Chi non ha potuto vederlo in diretta o soprattutto voluto vederlo, si ricreda e segua-come abbiam fatto noi-andando a cercarlo su Rai Replay.

Non sappiamo nella lunga lista dati dai “credits” della trasmissione a chi fare i nostri complimenti, se alla Carrà, Iapino e Paloschi certamente, autori principali, certo a chi ha selezionato, approntato, costruito la messa in scena mirabilmente mescolando con astuzia il vero e il falso, quasi pirandellianamente, del Signore e Maestro con i luoghi comuni e le bizzarrie, le profondità, l’aneddotica, l’ameno ed il frivolo, con il pessimismo e la filosofia ed estetica e molto altro ancora.

Su tutto e tutti però (a parte lo Maessschtre) sta una portentosa ed affascinante Raffaella Carrà, seducente conduttrice ed ospite, di questo “bignamino” musicale dedicato ad uno dei “più grandi direttori d’orchestra di tutti i tempi” (cit. Carrà al ventesimo secondo dall’inizio del programma).
Con una serenità e compostezza ammirabile, entra e viene ammessa-ché, vien precisato alla fine-i Muti non fanno mai entrare alcuno in casa loro (una casa meravigliosa ed onestamente “bellissima”), a tu per tu col musicista a ripercorrere le tappe della sua vita umana ed artistica.

Niente di nuovo?
Più o meno: l’inconoscibilità della musica, lo spettatore specialista e quello comune, l’inutilità del cosiddetto critico da quattro soldi (oggi più che mai sui Social ed Internet), la solitudine alla Toscanini…
Sì, ma ciò a cui plaudiamo è proprio la realizzazione artistica e tecnica del programma, alla fine del quale la promozione e santificazione bonaria dell’illustre direttore, ti conquista e fa correre ai siti governati dai manager familiari, per l’acquisto di una biografia con “autografo a mano” (???) o altri materiali dello shop della Casa musicale mutiana.

Ma anche-va precisato dando a Cesare-una certa simpatia che ti prende in fine, pure a te, proprio a te che dello Maessschtre sempre hai detto male o hai avuto più riserve che altro, tu che al suo “Macbeth”, ti infervori e gridi “bravo” con convincimento.
Dopotutto meglio un ritratto da vivo che uno post mortem.
E dunque viva Muti!

Mentre ricordiamo ad un utente che ha aperto su OC, un “topic” titolato “Muti Opera Academy – qualcuno ci è stato?”, che all’inizio del programma pure Raffaella, andando in quel di Ravenna, dice che prima di andare dallo “Maessschtre”, ne approfitta per visitare Padre Dante e la bella città…
Chissà se poi è rimasta a pranzo dai Muti o son andanti in quella pizzeria nel centro città, dove il direttore offre-a latere delle sue accademie-pizze e panzerotti pugliesi…

 

Lo jettatore all’opera (all’Opera). Di Firenze.

1 giugno 2019

E’ simpatico (talvolta) che qualcuno colga al volo la tua discussione post teatro e ti si avvicini educatamente per dire la sua, confortarti, precisarti, raccontare, correggere, approfondire, chiosare.
Però non sopporto gli jettatori, in questo caso una jettatrice (per par condicio) che si apparenta con altri che hai avuto alle spalle in sala e tenevano una linea simile.
Il mondo teatrale, dell’Opera e musicale ne ha diversi, richiama un po’ le bellissime ragioni e i meccanismi drammaturgici da “Un ballo in maschera”, o “Pagliacci”, del teatro nel teatro, ove tutto si mescola, Càbala e Smorfia incluse.

Nello specifico che cito il punto era costituito dal concerto (ma poteva essere tutto) di Pinchas Zukerman al violino per Mozart e Brahms qui con la di lui più giovane moglie e cellista Amanda Forsyth, accompagnati (corsivo nostro e voluto) dall’amico Mehta.
Si sa che il Maestro indiano entra ora col bastone, dirige seduto, limita a due le uscite a fine concerto, le sue vicende (peraltro con esito felice, tant’è che eccolo qui) sono note. Ma dietro me due vegliarde osservano: “O ‘ome l’è inve”hiato…”

La jettatrice invece ti informa che una prova del Mozart è stata sospesa per malessere di Zubin e che tutto Brahms si è retto sul lavoro di Zukerman, il quale-ci ricorda la tizia-per fortuna è anche direttore d’orchestra. Chissà-si chiede la ben gentile-adesso le prove di “Sheherazade” per il concerto del 2 giugno… Male che vada-chiosa-ci sarà Barenboim (suona il III di Beethoven) dirigerà lui (!!!): per fortuna (precisazione ulteriore) che Daniel oltre che amico di Mehta è direttore pure isso.
A poco serve notare che Mehta era stato dato già per spacciato prima della sosta oltre annuale e delle terapie in America e della ripresa, con impegni già stabiliti ovunque (vedi Scala nuova stagione).

Ancor meno quello che un qualunque insegnante vi farà osservare e cioè che-sia Mozart o Brahms vedi sopra-un direttore (sia egli Karajan o Veronesi) in un concerto per solista ed orchestra sempre “accompagna” e che de facto è il solista a stabilire e-paradossalmente-a condurre il gioco, anche quando magari il solista è fresco di diploma. Non essendo il caso di Zukerman a maggior ragione se lui ha effettivamente retto la serata, ma non oltre quanto comunque sarebbe stato (e con esito positivo è poi accaduto). E che i pezzi sono di repertorio e noti all’orchestra.

Conclusione della jettatrice: “Lei viene a sentire domenica il concerto? Mah… Chissà… Io adesso torno al mare e poi qualcosa succederà…”.

 

UN OMAGGIO SPECIALE

17-18 GENNAIO 2019

la morte di luigi.jpg

Un rullante accecante, la percussione in crescendo e l’orchestra del Maggio, con il primo violino in piedi che conduce, attacca con vigore una versione stile “Berliner” di “Tanti auguri a te”, all’arrivo al proscenio di Re Luisi XIV, nei ringraziamenti all’ultima recita dell'”Olandese volante”.
E cantanti, coro e il pubblico (sic!) cantano concordi la celeberrima melodia che le sorelle Mildred e Patty Smith scrissero nel 1893, ignare-loro-che sarebbe diventata quel che poi è avvenuto per quelle poche, semplici note.

Guidato vocalmente dall’irruente voce della Senta di turno, Marjorie Owens, per nulla al mondo avremmo perso questa occasione e in piedi eravamo commossi come-a vederlo-era anche “lui”.
In fondo sessant’anni sono un bel traguardo, nella vita e specialmente in quella con la musica.
Più qualche balocco e profumo, ovviamente.
Lunga vita al Re!

https://www.youtube.com/watch?v=kp2utyB4fGY

https://youtu.be/qWL7lRLGGIY

 

UN ARTICOLO PARTICOLARE

23 FEBBRAIO 2019

O voi che ritenete un maestro del Novecento-ottuagenario-come non più in grado di dare ed essere quel grandissimo musicista che sempre Zubin Mehta è stato, il cui gesto e la sua chiarezza sono proverbiali, coccolato lui studente da uno dei didatti più insigni quali Hans Swarowsky (assieme a Claudio Abbado suo compagno di studi), interprete perfetto-il direttore indiano-del repertorio tutto con punte su Wagner, Mahler e Richard Strauss, ebbene, voi che dovete accontentarvi-giocoforza-di quel che passa il convento, voi-eterni schifiltosi e scontenti-accettate la realtà.

Mehta, dopo l’assenza forzata e forzosa, superata vittoriosamente la malattia, è ritornato per il preannunciato concerto del 23 febbraio al Teatro del Maggio-esauritissimo-accolto dal suo pubblico fiorentino che tanto gli è affezionato, così come la sua orchestra che-è la verità nelle parole (sia pure di camerino)-tòllera appena Re Luisi XIV, superbo quanto noioso kapellmeister imposto per motivi di parte (se avesse dovuto-stile Wiener o Berliner-decidere la formazione, ben altri sarebbero stati i nomi scelti; gatta ci cova).

Il suo Bruckner è perfettamente noto e proprio qui al Maggio presentato in superbe edizioni: attuale, moderno, ieratico ma visto in chiave contemporanea. La compagine lo esegue con dovizia di accenti e perfetti interventi nella processione tipica del maestro austriaco.

Concerto dedicato alla memoria-nel centenario della nascita-ad uno dei vecchi e grandi organizzatori e promotori dello spettacolo, qual fu Paolo Grassi.
O voi che vi siete dovuti sorbire le peggio esperienze in fatto di reggitori e sovrintendenti, non ultimo il predecessore di Chiarot (quest’ultimo invece una mosca bianca al quale va il nostro affetto e consenso, malgrado tutto), ricordatevi dell’esperienza di Grassi-inventore non solo del “Piccolo” milanese con Strehler-ma di una luminosa stagione scaligera nella efficacia data anche dalla responsabilità musicale di quel Claudio Abbado di cui è stato ricordato il quinto anniversario della dolorosa scomparsa.

Al Maggio 2019 Mehta tornerà altre tre volte e noi saremo con lui e per lui.
Grati e commossi per quanto ancora continua a fare per la Cultura, la Musica e Firenze!

https://www.maggiofiorentino.com/events/zubin-mehta/

https://www.maggiofiorentino.com/event_ … iorentino/

https://www.youtube.com/watch?v=MhIigBRPMkc&feature=youtu.be&fbclid=IwAR0WrdOf0fiXQZXI8ZJOk88pTgd5RLWfzlCdXaPZXF3OiolaZjj0agGoPqs

 

I CONTRIBUTI ORIGINALI

 

Otto e Tito sono anche degli agguerriti ricercatori e storici musicali, con contributi speciali su fatti e curiosità nel campo. Ecco-ad esempio-la singolare storia dell'origine della sigla del telegiornale della RAI (attuale TG1).

INVITO ALL'ASCOLTO

Una segnalazione di ascolto e visione

 
Erich_Wolfgang_Korngold_(1897–1957)

Un capolavoro del Novecento: “Die tote Stadt” di Korngold alla Scala

27 maggio 2019

“Preoccupava” Richard Strauss e lo stupiva l’ingegno precoce di Erich Wolfgang Korngold (1897-1957), considerato direttamente da Mahler come “un genio, un genio” senza mezzi termini; il musicologo Ernest Newman poi lo descrisse come “il nuovo Mozart”. E Puccini lasciò una testimonianza nel 1921 specifica e accorta [*] su Korngold, un musicista che secondo il lucchese possedeva “il doppio del talento di cui aveva bisogno”.

A Vienna sono in amicizia con i due Korngold, padre e figlio, e per me Erich Wolfgang  Korngold è la più forte speranza della nuova musica tedesca, un talento ragguardevole
con una stupenda maestria tecnica e, aspetto dirimente, pieno di intuizioni musicali… Korngold è giovane e pretende troppo. Un buon musicista deve saper fare tutto, ma non deve dare tutto.
Se questo giovane viennese si affranca dalla zavorra che a volte si porta ancora
dietro, sarà un musicista di primissimo rango. Si è già indirizzato sulla strada migliore
con “Die tote Stadt” che ha suonato per me in riduzione pianistica.

La Scala presenta per la prima volta “La città morta” [**] dal 28 maggio con la possibilità di ascoltare in diretta Euroradio la prima recita [***] e non c’è che da raccomandare specie ai digiuni di questo miracolo melodrammatico, oscillante tra un tardo romanticismo di derivazione wagneriana ed i sapori e gli influssi della psicanalisi, di seguirlo, magari avendo innanzi la bellissima traduzione tedesco-italiano di Anna Maria Morazzoni (2009), con le puntuali note di Enrico Maria Ferrando al libretto, all’azione, alla partitura e suo significato complessivo, nel programma di sala veneziano della Fenice del 2009. Una necessaria guida per un lavoro tanto difficile e semplice allo stesso tempo.

https://www.rodoni.ch/FENICE-VENEZIA/tote-stadt.pdf

Mentre proponiamo due saggi doc sull’opera a firma di innegabili maestri della critica e musicologia: Quirino Principe [****] e Sergio Sablich [*****].
Youtube offre edizioni poi di suo e qui-a fini indicativi-c’è la versione solo audio dell’Opera svedese del 1996, diretta da Segerstam, senza dubbio di qualità.

Cosa poi l’allestimento milanese, con la regia dell’ineffabile Vick, proporrà, seguirà nella prova dei fatti e dei giudizi qui ed altrove. Ma preme almeno indicare la pregnanza musicale e il significato del capolavoro di Korngold, opera davvero piena di bellissime atmosfere, sapientemente create con ricercatezze armoniche e timbrico-strumentali che guardano alle esperienze di due secoli e alla modulazione espressiva fra uno e l’altro, ove la melodia è talvolta di eccezionale intensità con un lirismo alle volte di superba efficacia.

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-Una tavola rotonda pubblica nelle ore avanti la prima, a cura di Franco Pulcini, sarà diffusa su Internet: http://static.teatroallascala.org/stati ... -scala.pdf


(ag)

[*] L’articolo di Leonhard Adelt (1881-1945) – da un’intervista realizzata a Monaco di Baviera – è apparso sulla «Neue Freie Presse» di Vienna il 2 settembre 1921 col titolo Bei Puccini. Programma di sala per “La Fenice” di Venezia 2009.
[**] http://www.teatroallascala.org/it/stagi … stadt.html
[***] https://www.raiplayradio.it/articoli/20 … p6qhAXuYHc
[****] http://www.euterpevenezia.it/attivita/r … ‘opera.pdf
[*****] http://win.sergiosablich.org/dettaglio. … te%20stadt

11 giugno 2019

Siccome un buon "critico" deve cercare le dolenti note ovunque, specie allorquando il coro di giubilo è unanime, troverò in questa nota tutto il "male" possibile dell'evento in oggetto, non per gioco ma per metodo. Mi serviranno anche le osservazioni blasonate e meno apparse qui e là, i saggi colti e coltissimi e la mia opinione, che sia pure per sua stessa definizione personale e soggettiva (ergo fallace)-è quel che ti distingue.

E' stato gridato al miracolo (di Asmik) nella notte della prima, con cronaca di applausi deliranti e standing ovation, d'accordo, ma alla quarta recita del 7 giugno, oltre una certa scarsità di pubblico, di furore da parte degli spettatori non è lecito parlare, malgrado l'applauso incautamente partito alla fine III, sul lunghissimo accordo conclusivo, nello svettare delle note acute di flauti e violini, insomma quasi come fosse il finale (I) di Bohème, segno di coinvolgimento degli astanti sia pure. Ma gallerie e platea si sono svuotate ben presto dopotutto, anche se i due protagonisti hanno avuto una chiamata fuori sipario dopo il II quadro.

Non che la musica e l'argomento stesso ben più che validi e seduttivi, lascino il fruitore smarrito. L'eclettismo di Korngold è palese ma gioca a suo favore e se Richard Strauss ne temeva per una possibile concorrenza pericolosa, aveva motivo. Però questa straripante opera lirica di un ventitreenne (con altri ben 4 titoli, sconosciutissimi ai più), è godibile appieno se si ha dimestichezza con e da Wagner in su, Richard Strauss ("Salome" etc.), Mahler ("Das Klagende Lied" et a.), seconda scuola di Vienna nessun assente, Debussy pure, incluso Puccini e operetta non esclusa.
Se si annotano-sul libretto o su uno spartito, a margine-le musiche non copiate ma evocate, i nomi che verranno scritti saranno quelli, ma-con puntualità-toccherà scrivere precisamente "Korngold", quello delle future colonne sonore americane [*].

Il ragionamento di Puccini non faceva una grinza: "Tu mio caro, sei troppo bravo, più del necessario, il doppio dell'occorrente per aver notorietà e soldi: non c'è bisogno di tutta questa fatica, dai! Guarda me. Dobbiamo saper far di tutto, ma non fare (e mettere) tutto".

Tutto-invece-e a solito suo, vuole il regista Vick, che mette sempre oltre il necessario, non importa se stia facendo la "Dama di picche", o "Macbeth" o "Stiffelio": il suo trucco è di operare per addizione e moltiplicazione. Ed è-inoltre-il classico regista che se (per intendersi) è anti-cattolico, prenderà ogni spunto per una variazione dissacratoria sul tema oppure conforterà la scena di erotismo, orge, nudi, mignottismo e travestiti, senza mai dimenticare dell'immancabile citazione al Terzo Reich.

Vick non è un genio dell'opera lirica-guardatevene bene dal crederlo pure se tentano di contrabbandarvelo: è abile talvolta, ma null'altro che abile. Le cadute di gusto, diffuse, sia per ciò che sta in scena, sia per ciò che la scena vuole secondo lui mostrare, in (apparente) allineamento con la musica e la creazione originale, lo provano e in questa "Città morta" non mancano. Meno fastidiose che le sue incursioni sui titoli "classici" verdiani per esempio, data l'origine del lavoro di Korngold, ben bene infarcito degli spunti psicoanalitici doc. La musica del mitteleuropeo Erich è autentica musica contemporanea oltre lo specifico ma il teatro la fa da padrone. Così stando le cose per Vick è un invito a nozze, ma che egli sia un reale conoscitore della musica (l'affermazione si basa sul suo atteggiamento di base) è dubbio.

Rimane da dire del risultato esecutivo, con una eccellenza strumentale ed un dispiego di voci-attori di cui si è tanto detto ed è superfluo tornarvi. Il fatto è che-con quel po' di buono dell'allestimento (a modo suo persin sontuoso)-il livello (lo standard) di questa felice edizione, è eccezionale nella misura in cui in terra nostra non si è abituati a sentire e vedere, poiché varcate le Alpi, non più lontano di Zurigo (nome a caso), questo è il minimo sindacale. Ossia, in Scala si è data una cosa normale o per meglio dire, come dovrebbe essere sempre.

Ciò non toglie che la prova della Grigorian sia da minimizzare e così dell'intero cast vocale, con un eccellente Klaus Florian Vogt messo in secondo piano nelle critiche pur lodevoli rispetto alle avvenenze della bella Asmik.
La scrittura di quest'opera non risparmia niente e nessuno, è come cantare un atto di Walkiria + Tosca + Cavaliere della rosa e muoversi di conseguenza, fate voi.

Mentre raccomandiamo di ascoltare il resto della produzione teatrale e musicale di Korngold di cui sotto, e il prezioso documento foto-audio con lo stesso compositore al pianoforte che realizza una sintesi dei suoi più noti temi cinematografici.

[*] Le altre opere liriche di Korngold:

Der Ring des Polykrates (1916) 
https://www.youtube.com/watch?v=qOfzsAeq9ZQ

Violanta (1916)
https://www.youtube.com/watch?v=hZqixbEDV9g

Das Wunder der Heliane (1927)
https://www.youtube.com/watch?v=jdGvTs8EzXY 

Die Kathrin (1939)
https://www.youtube.com/watch?v=dMakQ2jqrJg 


Alcune opere sinfoniche:

Concerto per pianoforte (composto 1923; prima esecuzione 1924)
https://www.youtube.com/watch?v=bGulyl8bzgQ 

Concerto per violino, op.35 (composto 1945; prima esecuzione 1947)
https://www.youtube.com/watch?v=wTMFgk2i7Po 

Sinfonia in fa diesis maggiore, Op.40 (composta nel periodo 1947-52; prima esecuzione 1954)
https://www.youtube.com/watch?v=JEgrnh0yjaw 


Un pezzo di musica da camera (su una dozzina):

Quintetto per due violini, viola, violoncello e pianoforte in Mi maggiore, op. 15 (composto nel 1920 prima esecuzione 1923)
https://www.youtube.com/watch?v=WX-3DWxS8t4 


Una famosa colonna sonora:

per il film "Delitti senza castigo" (Kings Row ,1942) di Sam Wood (con Roland Reagan)
(sintesi) 

https://youtu.be/AJwa9mX0bxA

Korngold suona i suoi motivi dai film più famosi per i quali ha scritto la musica (con foto sue):

https://youtu.be/kOxMuSXgl2Y




 

Un’altra Francesca (da Rimini). Antonio Bazzini

8 luglio 2019

Come noto Verdi ripeteva il refrain “l’opera è l’opera, la sinfonia è la sinfonia”.
Per le ragioni che anche i più sprovveduti melomani sanno, l’Italia-nell’Ottocento in special modo-eccelse nel teatro d’opera, ma non nel campo strumentale, sinfonico, con qualche tentativo-per lo più inefficace, pure questo è notorio-laddove tuttavia, è bene ricordarlo, in tempi coevi, oltre confine, un Mozart aveva pur scritto mirabilmente per uno e l’altro versante e la scuola russa per esempio porgeva capolavori di alto sinfonismo e palcoscenico lirico.Puccini, “erede” legittimo da un lato di Verdi, ma non insensibile al sinfonismo oltr’alpe, ebbe tra i suoi maestri al conservatorio un esponente di tutto rispetto quale Antonio Bazzini, bresciano, di cui si è celebrato quest’anno il 200mo della nascita con un Convegno nello scorso autunno [*].
Concertista e musicista più che ammirato da Schumann e Mendelssohn che lo stimavano di fatto come libero pensatore musicale soprattutto, divenne in seguito direttore del Verdi di Milano ove insegnò a Puccini, Catalani e Mascagni (non senza significato l’elemento sinfonico presente per l’appunto in questi tre nomi e nelle loro opere liriche).Scrisse ben prima di Busoni e Puccini “Turanda”, unica propria opera lirica. Partecipò al progetto di una Messa per Rossini (1869) con il “Dies Irae” (molto bello) poi mai eseguito sino al 1988 (Verdi pure col “Libera me” utilizzato nel proprio Requiem).
Di indole schietta non esitava a chiedersi se Verdi per quel pur grande capolavoro che apparve subito “Aida” di Verdi, non fosse troppo pagato in fondo, si lagnava con Ricordi per il taglio dei Ballabili del “Tell” nel 1867 per far spazio ad altro “solito ballo in 15 atti”, avanzava dubbi sul “Don Carlos”, si lamenta di non conoscere musicisti di valore come Gounod, Massenet e Saint-Saëns (“ma son tanti rari in Italia, artisti di quella tempra”) e scriveva della sua esperienza di commissario al conservatorio (1875):


“Abbiamo esaminati in tre giorni circa 40 aspiranti di composizione!! C’è da morire. Credo che la gioventù diventi matta; a 20, 22, 24 anni, sapendo poco o niente, si presentano per studiare composizione. Noi esaminatori con accordo perfetto abbiamo fatto molto consumo di 5 e di 4…”

E alla mamma di Puccini dice che il ragazzo progredisce nello studio della composizione ma trascura pianoforte, estetica e drammatica, malgrado le sue esortazioni ma promette in avvenire un occhio di riguardo, se studierà “con fermo proposito e adattamento ai regolamenti disciplinari”.

Il tema tanto caro ed utilizzato nel tempo in campo dal letterario al visivo, a quello musicale, del personaggio di Francesca da Rimini, interessò vivamente il Bazzini che compose un “poema Sinfonico” (sic grafìa dell’Autore), “tratta dal V° Canto dell’Inferno di Dante”. L’opera nella seconda versione di Bazzini pubblicata infine come opus 77 nell’agosto 1889 a Leipzig da Fürstner [**], suscitò l’interesse di Hans von Bulow che volle includerla in due concerti (il 18 e 19 febbraio 1889) con la Filarmonica di Berlino, davanti (la seconda sera) a 3.000 persone.

Nel girargli la composizione l’educato Bazzini chiosava a von Bulow che temeva per la seconda parte del poema “troppo italiana per il gusto del pubblico dei concerti di Berlino” aggiungendo con cura: “La musica sinfonica si giudica laggiù con criteri assai diversi da quelli per le opere teatrali”.
Al che il celebre direttore il quale accoglieva in fiducia e senza aver visto la partitura, rispondeva emblematicamente che se essa era “italiana” tanto meglio ed anzi era proprio quella seconda parte (ossia l’ Allegro impetuoso; Affettuoso con moto; Duo d’amore) che maggiormente lo interessava ed assicurava la massima cura (provata da giudizi sulla stampa locale coeva i quali parlarono di esecuzione meravigliosa).

In un appunto manoscritto a matita di Bazzini (in francese) l’intera composizione è minuziosamente descritta nell’intera propria struttura, nei temi, loro sviluppi, nell’armonia, scelte strumentali, d’orchestrazione con i riferimenti letterari danteschi.
Scrive poi Antonio Rostagno (2008): [***]

Bazzini costruisce il brano a sezioni, con motivi ricorrenti continuamente trasformati; ad ogni sezione è apposto in “exergo” un estratto dal Quinto canto dell’Inferno. Il valore di questo poema sinfonico risiede, […] nella sua giusta misura fra stile italiano e assimilazione del linguaggio internazionale, nello specifico la trasformazione motivica wagneriana.

I grandi temi rimangono con le loro lunghe campate, soprattutto nel centrale “Duo d’amore” (dove forse non è estranea una suggestione dal secondo quadro del Roméo et Juliette di Berlioz), ma gli episodi più drammatici come il gran crescendo che porta alla conclusione sono intessuti di reminiscenze motiviche.
I motivi fondamentali si possono ridurre a due, come nella tradizione del poema sinfonico lisztiano: il primo è il motivo della “bufera infernal”, dal quale discende uno dei motivi del “duo d’amore” motivo che ricorre dal “loco d’ogni luce muto” in inizio, fino all’esplosione della “bufera infernal, che mai non resta”.

Ritroviamo infine il motivo della bufera nell’‘urlo’ a tutta orchestra che conclude il poema sinfonico, con il quale le anime dei due sventurati amanti sono riafferrate dal turbine eterno.

(Finale di “Francesca da Rimini” versione 1889 vedi qui: https://drive.google.com/file/d/1dtLukHe4zm0qE_QfT97w9LdnIyZqiZkH/view?usp=sharing)


Non occorre soffermarsi sul significato di alcuni particolari grammaticali che Bazzini impiega nel trattamento di questo motivo ‘infernale’; qualunque ascoltatore d’opera, soprattutto in quei decenni, riconosceva le quinte vuote, i movimenti cromatici, le raffiche sovracute degli strumentini, i timbri del clarinetto basso e […] del tam-tam, come attributi demoniaci, infernali appunto. Il “Faust” di Gounod, il “Mefistofele” di Boito e ancora il “Requiem” di Verdi ne offrono esempi assai noti. E tuttavia il modello più diretto per Bazzini credo siano stati i molti passi analoghi che Liszt scrive nella identica intenzione significativa, dal “Mephisto Walzer” alla “Dante-Symphonie”, dalla “Faust-Symphonie” ad “Aprés une Lecture de Dante”.

Il secondo grande motivo è proprio dei personaggi e del loro dolore, quindi non dell’ambiente come il primo: questo secondo è in realtà una costellazione di più motivi: un arpeggio ascendente, un disegno con due note ribattute: materiali semplici che continuamente possono trasformarsi ed entrare in contesti differenti, intrecciandosi con altri temi e motivi episodici, precisamente nello stile tristaniano. Ma, ripeto, non c’è il frammentismo, la “lenta transizione” wagneriana e resta invece la linea in grande della melodia italiana, che conduce l’ascolto in modo sempre chiaro e immediatamente riconoscibile. (Rostagno)

E’ singolare che nello stesso anno di prima composizione del lavoro di Bazzini (1877), senza sicuramente in quel momento alcuna correlazione, Čajkovskij componesse la propria Fantasia “Francesca da Rimini”, op.32, anch’essa cospicuamente debitrice a Wagner [****]
Il compositore russo compose il proprio lavoro dall’ottobre 1876 completando la strumentazione sempre nel 1876 (gli organici sono quasi identici tra Bazzini e Čajkovskij). La prima avvenne a Mosca diretta da N.Rubinstein il 25 febbraio/9 marzo 1877 (a San Pietroburgo un anno dopo). A Berlino fu data (probabilmente come prima estera) il 2/14 settembre 1878 (Čajkovskij la diresse nel 1888, febbraio/marzo a Parigi e un anno a seguire a Berlino).

Viceversa è da notare che attorno al 1884 Bazzini rifece il poema con il finale “secco” (come si è sin qui parlato e si potrà poi udire nella clip seguente). Esso fu eseguito a Bologna diretta da Giuseppe Martucci il 21 febbraio 1892. La precedente prima versione fu eseguita anche a Firenze alla fine del 1879 dall’Orchestra Fiorentina con ipotesi di replica successiva al “Pagliano” (era già stata data al “Vittorio Emanuele” di Torino poco prima). Una esecuzione della prima versione venne diretta da Luigi Mancinelli alla Società del Quartetto di Bologna il 1mo marzo 1885 presente l’Autore.

“Un colpo di tam-tam riporta la tormenta infernale, che accompagna gli ultimi accenti strazianti di Francesca e Paolo. Una frase all’unisono (tutti) è come il grido supremo di disperazione e d’amore dei due sfortunati; ed un solo accordo secco e fortissimo di tutta l’orchestra termina l’opera sinfonica”.(Bazzini, note proprie manoscritte citate, in “Sartori”)

Meno wagneriana, meno “tristaniana”, più incisiva appare la versione Fürstner 1889, anche se l’altra conserva una sua attrazione che un Puccini avrebbe raccolto.

Nella clip che ho costruito (46 minuti) è possibile ascoltare (solo audio) questo rarissimo pezzo prima nella versione del 1889 (RAI, Urbini, 1985), seguita da una esposizione (audio e video) del Professor Pierangelo Pelucchi del Marenzio di Brescia che illustra anche lo svolgimento della composizione e da ultima la interessantissima e buona proposta (audio e video) dell’orchestra “STU.D.I.O.” (Conservatorio di Brescia) della versione originale 1877, del 26 novembre 2018 al Teatro Sociale di Brescia.

Va notato, a correggere l’affermazione del Prof. Pelucchi, che nel XX secolo “Francesca da Rimini” di Bazzini fu, sì, poco eseguita ma tuttavia, come dimostra la mia clip, eseguita nel 1985 (10 luglio) ai Concerti pubblici della RAI di Milano (e trasmessa subito ed ancora sul V canale della Filodiffusione e poi a RadioTre Rai), diretta da Pierluigi Urbini; un’altra esecuzione si ebbe nello spettacolo di Maurizio Scaparro alla Rocca Malatestiana di Rimini, nell’ambito della 45esima edizione della Sagra Musicale, il 23 agosto 1994, Orchestra Filarmonica della Slesia di Katowice diretta da Carl Melles.

Tutte le citazioni ed informazioni si rifanno quando non menzionato al basilare volume di Claudio Sartori L’ avventura del violino, 1978, ERI, Torino. Ricerche originali mie proprie.

[*] https://www.consbs.it/content/uploads/2 … hevole.pdf
[**] https://imslp.org/wiki/Francesca_da_Rim … C_Antonio)
[***] La musica per orchestra nella storia dell’Italia ottocentesca in “Politica e cultura nel Risorgimento italiano, Genova 1857 e la fondazione della Società Ligure di Storia Patria, Atti del convegno, Genova, 4-6 febbraio 2008, pp. 22-27
[****] Valga bene questa interpretazione:  https://www.youtube.com/watch?v=l0hoKI0Ak6w

Il video comparativo:

https://www.youtube.com/watch?v=HXg8gwY4vrI

altro link al video: https://www.dropbox.com/s/v65lxg6g7qc4e … t.mp4?dl=0

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16 giugno 2019

Deve essere proprio vera la storia che da morti siamo tutti migliori anche agli occhi dei nemici e denigratori, muoviamo a umana compassione, e che poi chi muore giace e chi vive si dà pace.
Per tutta una vita-accanto, certo, alle fortune e consensi di Zeffirelli-ho sempre sentito lamentazioni per non dire ostilità non solo di pancia o colore politico, verso il Maestro.
Che i suoi spettacoli fossero in fondo di second’ordine, routine, sia pure di un certo livello, ma ripetitivi, talvolta grossolani nella loro “stereotipia”, nel loro oleografismo.

Li ho visti i suoi film e non ve ne è uno, dico uno, che mi abbia veramente interessato e commosso.
Certo, lui detestava e rimproverava i film di Pasolini (di cui ammetteva tuttavia la grandezza come poeta), film quegli altri non facili come i suoi, ma almeno la regia esisteva sul serio nelle opere pasoliniane.
Da bravo fiorentino era di molto polemico e si annetteva alcuni vizi e molte virtù, nel privato, nel pubblico, nello specifico dello spettacolo. Come ha pure rammentato Chiarot, sovrintendente del Maggio, si compiaceva dell’aver portato il Giglio per il mondo.

Si compiaceva pure di essere (diceva lui) l’erede di Visconti (che-diceva sempre lui medesimo-non era per nulla di sinistra, anzi comunista): nella realtà i film di Luchino sono quasi tutti dei capolavori la cui ipotetica scomparsa sarebbe una perdita per la Cultura, laddove la sempre ipotetica scomparsa delle pellicole zeffirelliane, poco priverebbe la storia del settore, salvo s’intende, come testimonianza di quel gusto calligrafico ripetuto incessantemente. Troppo ne corre.

Capace ed abile scenografo e costumista nel teatro lirico, creava ad esempio un “Ballo in maschera” alla Scala (1972) dove all’aprirsi del sipario all’inizio, la gente osservava: “Sembra un quadro di Rembrandt” e sempre nello stesso allestimento, il cambio di scena a sipario alzato, sulla sala del ballo alla fine, per il caleidoscopio di luci, obbligava a facili applausi regolari da fiera.
La super-compressa “Turandot” scaligera del 1983 o la penosa incursione ne “Il lago dei cigni” sempre a Milano nel 1985, sono ricorrenti testimonianze di un limite estetico e costituzionale che sempre lo ha accompagnato-coerentemente va detto-per l’intera carriera.
La bontà della sua celeberrima “Bohème” (1963, Vienna) è paradigmatica per quanto si è sin qui detto.

Riuscivano meglio le prove nella prosa, ma va detto che si avvaleva sempre di attori grandissimi che da soli avrebbero fatto il successo di quasi qualsiasi messa in scena.

Fiero delle sue amicizie e dei suoi gioielli (la Callas, Kleiber, i bei giovanotti e belle donne) li usava senza batter ciglio, e quando dentro essi-nel caso accadesse-poco vi era (si pensi all’attore Powell nel “Gesù”)-ne utilizzava l’involucro esteriore per un bozzettismo sin troppo evidente.
Non parliamo nei titoli cinematografici di autentiche sciocchezze come “Amore senza fine” (1981) e “Il giovane Toscanini” (1988) mortalmente noioso da ogni punto lo si consideri.

Così, siccome prima o poi tocca a tutti e Franco Zeffirelli (RIP) aveva toccato l’invidiabile traguardo dei 96 anni, anche lui ora se ne è andato come s’usa dire ma, se pure criticamente, dopotutto siamo qui a parlarne.

16  giugno 2019


A Mozart piacevano le donne, è noto.
Piacciono sicuro ai programmisti del Maggio Musicale e vari responsabili più o meno, che si son dati da fare dal famoso allestimento bislacco della “Carmen” anti-femminicidio.
Ecco infatti un Mozart al femminile (preludio di studi ulteriori nel repertorio di Wolfgang-non Korngold, benché facesse Wolf di secondo nome), con direttore (o direttrice? No: colei era quella delle elementari) e pure regista del gentil sesso. Niente paura però, il Conte e Figaro erano (per stavolta ancora) un maschietto. Del resto c’è sempre di mezzo Cherubino.

Vi è una scuola di pensiero (di femminil provenienza) la quale (“scientificamente”) ritiene il maschio abbastanza incapace ed inutile e che di maschi ne bastino giusto tre o quattro, per adempiere a un paio di cosette. Non importa se chi lo afferma sia una racchia. E comunque vi è l’altra corrente (maschilista) che ritiene le donne siano “dell’uomo la disperazion” (Eterni dei!!!).
Nello specifico musicale si discute e ridiscute di tanto in tanto dell’impossibilità di un Karajan senza i gioielli: mai esistito in effetti e non tiratemi fuori la Dudarova ché aveva i baffi!

Per cui ecco a voi la bella Kristiina Poska, cancerina nata nel 1978 in Estonia che ha il suo buon curriculino e lavora attorno allo straordinario capolavoro assoluto di Mozart, pieno di ammiccamenti palesi al conflitto proprio tra maschi e femmine. Perfetto, verrebbe da dire.
In più c’è la regista Sonia Bergamasco, capricorno doc, milanese del 1966, diplomata (per fortuna) in pianoforte al Verdi di Milano e alla Scuola del Piccolo, la quale ha lavorato con fior di registi teatrali e cinematografici, premiata parecchio.

Io non capisco tutto questo bisogno di insistere sulla “pensata” di “Nozze” o quel che sia “al femminile”.
Quindi abbiamo sempre visto tal opera “al maschile”! Proporrei perciò una possibilità bisex per giusta condicio. Fàtela e basta. I propagandisti del “femminil comporre” non si avvedono che rendono un pessimo servizio alla causa di non emarginare le donne, le quali non debbon stare solo in cucina. Insomma, i difensori delle donne odorano di doppiogiochismo: sono fermamente maschilisti dentro, ma tolleranti e furbescamente accondiscendenti di fuori.
Attendiamo in ogni caso un “Boris” al femminile e una “Suor Angelica” al maschile.

Lo spettacolo è giocato largamente per non dire del tutto quasi, sul contrasto cromatico dei bei costumi disegnati da Gianluca Sbicca laddove la regista si serve di tredici tinte diverse negli altrettanti personaggi della distribuzione, a caratterizzare i medesimi e a giustapporre, confrontare e opporre i ruoli e le azioni degli agenti. Così-per esemplificare-Figaro veste (costantemente, come tutti) di un bel bordò a sottolineare il suo carattere impetuoso e deciso. Susanna di un marcato ocra che rinvia al peperino temperamento della ragazza. Il conte e sua moglie tingono di bianco, panna ed avorio, fra loro affini, a sottolineare-s’intende-il loro legame coniugale. E così via.

Evidentemente la regista Bergamasco ha una filìa per il verde biliardo, dal momento pure che l’atto iniziale è rappresentato proprio in una sala da gioco col tavolo deputato, mentre il colore suddetto proseguirà a tornare in tutti gli altri atti dell’allestimento. Giochi di ombre, luci, silhouette strehleriane specie nel finale (tricorni inclusi), pastelli e gruppi di popolani iridati  non sarebbero dispiaciuti al commemorato Zeffirelli ad apertura serata), occupano una larga parte della rappresentazione.
Quel che all’inizio parrebbe solo un dettaglio, diventa invece un motivo non solo di appagamento visivo, ma verosimilmente di lavoro ideativo per la regia, seppur abbastanza compiaciuto, un po’ fine a se stesso, benché certamente gradevole.

Se questo (e qualcos’altro) sia la versione “femminile” dell’opera mozartiana non si potrebbe dire essa appaia travolgente. Per coloro i quali credono che il sesso debole abbia i tratti del cartoncino multicolore e risolva in superficie, il risultato soft dell’insieme darebbe ragione.

Una piacevole sorpresa risulta la direzione di Kristiina Poska, la quale non usa la partitura e tiene la bacchetta con la sinistra, iniziando con l’Ouverture in sordina, pacatamente ma infervorandosi via via, con una gestualità molto maschia, riuscendo a non pochi giochi di nuance della dinamica ed agogica, offrendo un Mozart da un lato perfettamente settecentesco, dall’altro risultato delle riconsiderazioni posteriori della sua musica. Ne beneficia l’esaltazione di una miracolosa partitura che-come noto-in quanto a fiume melodico ed incessante virtuosismo inventivo, non ha eguali nella storia della musica, eccezion fatta forse per “Carmen” (ma Bizet era un mozartiano).

Il cast vocale ha dato una buona prova di affiatamento e troppo lungo sarebbe fare i nomi (provvederanno i censori ufficiali a redigere l’elenco telefonico), ma dovranno essere menzionati almeno i nomi di Simone Del Savio che per la sua armonia e pastosità vocale e riuscita attoriale, si è meritato i consensi maggiori condivisi parimenti con Valentina Mastrangelo, è una Susanna estremamente riuscita.
In fondo l’esito assai felice della prima (malgrado i non pochi vocianti amici ed invitati del cast e produttori) prova che le maniere gentili ed aggraziate da un canto, e una robusta decisione esecutiva, possono in un’epoca di performance ed allestimenti dissacranti o iniqui, funzionare.

https://www.youtube.com/watch?v=u72Sri6PyFA

*https://www.maggiofiorentino.com/events/le-nozze-di-figaro-3/

 
 

Serve davvero scrivere entusiasticamente di qualcosa e di qualcuno? Ripetere per l'ennesima volta che Karajan è sommo o-lasciando da parte i morti-che Muti è il più grande direttore verdiano o ancora che Salonen ha realizzato un concerto al limite della bellezza? E trovare-chi deve o vuole scriverne in questo o quell'altro luogo-aggettivi laudativi, con magari l'aiuto del dizionario dei sinonimi, tautologicamente ripetendo, cercando giri di frasi persuasive di ciò che sin troppo è già stato tante e tante volte detto (verosimilmente anche autorevolmente o più autorevolmente)?

La critica ispida, polemica, cattiva, quasi maldicente, ironica e sarcastica, con incursioni umoristiche, certo funziona sempre ed è maggiormente letta, che non le gravide e consunte note dei professionisti e pseudo tali. Se vuoi che gli altri ti leggano, non solo stai tra le 30 e 60 righe, ma usa il bisturi, trova la nota dolente, il punto sbagliato e nel grande mare informatico d'oggi soprattutto, avrai miglior fortuna.

Premessa questa nostra convinzione, più o meno applicata nella prassi, non dovremmo adesso scrivere nulla dell'eccezionale concerto di ier sera a Firenze, che ha chiuso il "Maggio", con affettuosamente acclamato sin dal suo apparire, il direttore realmente amato (Mehta a parte) tanto dalla formazione, quanto dal pubblico. Daniele Gatti, abbiamo sperato in molti a suo tempo, venisse come direttore stabile ma i percorsi furono diversi e le forzature pure. Se occorreva un (bel) giovanotto, a rinnovare la vicenda riccardiana dei bei tempi andati, Luisi XIV, non ha quanto meno età concorrenziale rispetto a Gatti.

Ci furono le vicende olandesi ahimè, ma l'incarico romano, l'assegnazione alla Mozart e la presa in carico della nuovissima orchestra milanese, come i sempre vivi successi fiorentini, hanno riportato il maestro Gatti in patrio suolo e come si è detto, in zona Giglio, il disappunto potrebbe essere la sua non "ferma" presenza e responsabilità maggiore al Maggio.
Il maestro lombardo realizza la corrusca "Liturgica" di Honegger con una capacità di affresco sonoro incredibilmente efficace ed una prova dell'orchestra del tutto eccellente. 

Ma poi-eccezionalmente incisiva-è la sua lettura del "Nevskij" di Prokof'ev, assieme all'assai istruito Coro del Maggio, e al mezzosoprano Olesya Petrova, voce calda, significativa, che entra di lato, al momento del suo pezzo, con studiato passo teatrale e indi esce lentamente, dopo la triste canzone di lutto.
Vedere Gatti dirigere (non solo sentirlo), è una lezione di stile, di tecnica perfetta (specie in questo repertorio novecentesco). Per la meticolosa ed efficace cura negli anticipi, nelle indicazioni espressive ed ovviamente nei risultati tutti. Ideale affiatamento ed empatia fortissima con l'orchestra e coro. Vigore e distillato di sostanza.

Quattro chiamate prolungate, l'ultima gestita dal primo violino Pierini e dedicata alla soddisfazione dell'esito serale di questa conclusione dell'ormai archiviato Festival.

https://www.maggiofiorentino.com/comuni ... el-maggio/

27 giugno 2019


Corre usanza non leggere ciò che non aggrada, quello che si ritiene, vai!, persin demenziale, saccente, arrogante, presuntuoso e pretestuoso, polemico oltre ogni misura. Ergo-molti, qui ed altrove-hanno deciso che il bon ton non si addice a Paolo Isotta, e alla sua velenosa penna.
Il suo doppio addirittura necrologio su Zeffirelli basta ed avanza ad esemplificare [1] [2].

Non meno probante forse un altro articolo [3] ove il celeberrimo critico e musicologo riesce a condensare il proprio pensiero su tanti diversi momenti, fatti e personaggi dell'attualità d'opera: la Bartoli, Pereira, il prossimo Meyer, tutti i Teatri italiani, tutti (o quasi) i politici italici, sovrintendenti doc come il beneamato Chiarot a Firenze e forse qualcun altro e qualcosa d'ulteriore, deve esserci sfuggito.
Val la pena di leggerlo, adesso e sempre. Anche perché è troppo facile liquidare con aria di sufficienza chi-devi ammettere-tecnicamente nello specifico musicale, ne sa più di te e in quanto a cultura generale ti faresti tagliare un gioiello inguinale, per riuscire ad avere il di lui eloquio.
Tanto è vero che spesso non pochi "nemici" hanno ammesso di dover essere grati al dottor Isotta, per aver in tempi pregressi, loro illuminato su aspetti della storia musicale.

In fin dei conti, lui, "Tristano", ha insegnato dal 1971 al 1994 Storia della Musica ai Conservatori di Torino e Napoli e per 35 anni ha scritto sul CdS. Diplomato con Vincenzo Vitale e in composizione con Parodi e Dionisi. Quanti di coloro che scrivono e propongono le loro osservazioni qui e là, possono vantare simili titoli, che non siano piuttosto il primo corso del Pozzoli e sei mesi di armonia elementare, più qualche grattata alla ghitarra o il "Piccolo montanaro" al pianoforte?
Del resto un vezzoso e vezzeggiato direttore in carriera pur ammettendo la canagliaggine di Isotta, tiene a precisare che "almeno lui" (rispetto ai critici della domenica) conosce la materia, tecnicamente ed esteticamente, laddove per molti di quegli altri, lo spartito rovesciato fa sempre brodo.

Omettendo qui i peggiori colpi bassi, per Paolo Isotta:

...il povero Chiarot ha cominciato a credersi la reicarnazione del maestro Siciliani e del maestro Vlad. Spiega ai direttori d’orchestra come si tiene la bacchetta in mano, come si concertano le opere, quali sono i tempi giusti nell’Otello di Rossini e nel Cortez di Spontini. Spiega ai compositori defunti (Wagner, Bizet….) come si scrivono le opere, e gliele rifà se non sono politically correct. Non scherzo. Ha trasformato la Carmen, che finisce nel modo più tragico, con l’uccisione di Don Josè da parte di lei: invece che con la morte di Carmen, ammazzata disperatamente da don Josè. La tragedia dell’eros come maledizione: trasformata nel femminismo che prevale pressi i cretini, come la vendetta della sigaraia oppressa dal maschio. Un mio conoscente, regista di prima sfera, gli ha chiesto: “Ma come hai potuto farlo?” Egli ha risposto: “Non capisci che tutti i giornali del mondo parleranno di me?” [...] Negli spazi liberi dà gli ordini di scuderia. [in 3].

Ve ne sarebbe a sufficienza per esiliare, bandire dalle proprie letture il suddetto censore, secondo alcuni, non sarei d'accordo tuttavia.
Eppure capacissimo l'Isotta (stai fresco) di scritture lievi e sensibilissime come quelle facilmente reperibili su Internet, vedi queste due, una di tono familiare, l'altro dedicato ad un nome eccellentissimo della Letteratura contemporanea, Andrea Camilleri [4] e [5].

Con la qual cosa si potrebbe concludere che avere una propria opinione di scartare e far finta che non esista una faccenda, sia un bene, ma tenersi informato utilissimo, sia pure a rinsaldare le proprie opinioni negative su "quello lì".



[1] http://www.paoloisotta.it/index.php/art ... zeffirelli
[2] http://www.paoloisotta.it/index.php/art ... ffirelli-2
[3] su "Il Fatto quotidiano" del 26.6.19 pag. 22 e poi: http://www.paoloisotta.it/index.php/articoli/260-scala
[4] http://www.paoloisotta.it/index.php/art ... ele-ghezzi
[5]http://www.paoloisotta.it/index.php/art ... -camilleri

 

29 giugno 2019

Macché Inno di Mameli, macché. Il nostro autentico inno esteso un po’ a tutto il pianeta, forse conosciuto nel mondo a pari notorietà soltanto con “Volare” e “O sole mio” è quel valzeraccio da quattro soldi di Beppino.
Ma sì, dai, quello che si sente nell’opera che tanto piace a lo Maessschtre all’inizio del primo atto, ma che poi ti bissano post mortem della Violetta a Verona (2019), che ti propongono a Capodanno a Venezia sempre-sempre (Chung, 2019) come in tre quarti del globo, i Tre Tenores ovviamente ricordiamo (1994), il Volo in TV (2016 in memoriam dei Tenori predetti) e-i più piccolini non possono ricordarlo, ma fu cosa celeberrima-Deanna Durbin diretta da Leopold Stokovsky ad Hollywood, 1937 (la qual cosa prova che già all’epoca si faceva promozione facilmente con mezzucci, efficacissimi tuttavia).
E alla Scala by Rolex (2019).

Che vuoi farci? Chissà quante volte ci toccherà ancora ascoltarlo, non tanto all’interno dell’opera (ma non potremmo tagliarlo dunque?), ma in tutte le salse, occasioni e luoghi: magari sull’aereo che ci porta in vacanza, come la clip (3 minuti e 53 secondi) qui proposta evidenzia.

Detto altrimenti: nonnepossiamopiù.

https://dai.ly/x7c5iwx

ed anche qui:
https://drive.google.com/file/d/1qPsCpV … sp=sharing

https://www.dropbox.com/s/l82ew35e60qig … r.mp4?dl=0

varieta-bicchieri-vino.jpg
 

Vi piace Carmen (così)? (ed.Rot)

3 luglio 2019

Presentata alla ROH tanto nei cinema tempo addietro (marzo 2018) ed ora nuovamente e in diretta su YT, ove giace per 30 giorni, la “Carmen” nella edizione critica (ca. 2013) di Michael Rot [*] ha soprattutto il finale dell’opera giustificato dal lavoro stesso di Rot [**].
Qui di seguito è riproposto, mentre l’edizione londinese integrale è al link più sotto [***].
Molto semplicemente e senza voler rinnovare le questioni attorno alle vicende di messa in scena all’origine e poi, come delle edizioni a stampa del capolavoro di Bizet, vi piace (musicalmente e di conseguenza drammaturgicamente) tale finale?

https://youtu.be/tebTmCzN1iw

Secondo link pari video: https://www.dropbox.com/s/9hodznldwze63 … t.mp4?dl=0

https://de.wikipedia.org/wiki/Michael_Rot
** http://www.settlingscoresblog.net/p/mic … on-of.html
*** https://www.youtube.com/watch?v=ER0Cj4DP4jo

 

L'AFFARE CHIAROT

 
 

Poscia Luisi

 

Buoni & Cattivi

(all’Opera e dintorni)

6 settembre 2019

C’era una volta la “squola”, quella con il “capoclasse” pure, che-in attesa dell’arrivo del prof-sulla nera lavagna divisa in due dal bianco gessetto, segnava nel campo sinistro i “Buoni” e in quello destro i “Cattivi”.
E’ vero: con l’opzione e possibilità di cancellarli e trasferirli nell’altro settore, e magari poi reinserirli là dov’erano originariamente. Ci avrebbe pensato in séguito il docente a fare i conti.
Che nella lista bianca e in quella nera finissero gli amichetti o gli invisi era molto probabile, anche quando (come capitò a me per una solo “legislatura” mensile, alle medie) vi era un irreprensibile e salomonico “capociurma”. Un occhio di riguardo alla compagna carina o all’amico che ti invitava a casa sua per il tè c’era sempre, via!

Pochissimi giorni fa mi sono imbattuto su una rubrica on-line di un ben noto periodico anche nella versione cartaceo-patinata, nella riflessione-breve e lapidaria (come da modalità ivi)-di un popolare critico e commentatore musicale.
Nel pezzetto si parlava della storia per cui-attualmente-in tre grandi teatri italiani, vi siano/saranno tre stranieri a coprire il ruolo di sovrintendenti: tre su 14 Fondazioni.
E’ vero anche che-non solo nel settore teatro/musica-gli allògeni, se la càvino meglio rispetto ai nostrani.
Da qui la domanda dell’osservatore “perché l’Italia produca così pochi sovrintendenti di rilievo” e attiguamente la considerazione “che le personalità più interessanti, più moderne e innovative, capaci di qui e di là, lavorino per lo più in provincia…”.

A questo punto vengono menzionate le località “felici” e fatti esplicitamente sei nomi (tre donne, tre maschi) che il Nostro promuove essendo “personaggi che sarebbero ampiamente abilitati a prendere la guida di qualche teatrone”.
Per quanto dicevamo in apertura i magnifici sei sarebbero (vi crediamo) da incasellare tra i “B”.

In un altro articolo di un illustre critico prossimo al sessantanovesimo anniversario su questa infelice terra, anch’egli faceva nomi (illustri) e “de facto” li andava a porre nel campo “C” (kattivi): tanto per dire parlava dei responsabili di Napoli, Bari, Roma e Firenze (quest’ultima ancora sotto Chiarot al tempo).

A queste “manichee” suddivisioni (sia pure in odore di realtà) qualcuno potrebbe malignamente chiedersi di che tenore sarebbero (e saranno) le recensioni di questi critici agli spettacoli di cui-per una certa misura-sono responsabili i “B” e “C” in questione. Il problema non si pone nel caso di allestimenti nella realtà felicissimi; semmai quando nel teatro di un “B” veda la luce una bruttura.
Ma l’amico (suo) critico potrà sempre cavarsela non recensendo lo spettacolo (per “pietas”), scusandosi con il poco spazio offerto dalla testata.

Viceversa il critico “malvagio” (ma forse onestissimo con la verità critica) avrà facile gioco per incenerire la produzione nefasta attribuita a componenti precisamente-per lui-da iscrivere al settore “C”, come peraltro il citato, eminentissimo critico sopra evocato, frequentissimamente fa. Sono le recensioni in guisa di stroncature quelle che si leggono (se sapute scrivere, sia ben chiaro) con maggiore avidità, almeno sino in fondo, siamo onesti, ché dei panegirici ne facciamo volentieri a meno. Per la verità sul Web c’è un funereo sito “specializzato” in questo, ma non ha nessun credito: il troppo stroppia.

Fare nomi e cognomi, di viventi, è impegnativo e la regola di Edmondo (De Amicis), amico di tutti e di nessuno, è, se non migliore, più assennata o elegante.
Se il censore “y” abbiam compreso essere amico di quel tal produttore (in questo caso si parla di tali figure, ma vale anche altrove, per diversa categoria), allorché vedremo la nota al di lui spettacolo, sarà “inutile” andarla a leggere: non potrà che dirne bene!

Un po’ diverso nel caso dei defunti, dove lo stacco temporale e quello cielo-terra, consente di dire con questa bocca ciò che voglio.
Pëtr Il’ič Čajkovskij, che esercitò tra il 1868 ed il 1876, l’attività di cronista e critico sulla stampa del suo Paese, non aveva peli sulla lingua (e non era toscano) in merito ai grandi e grandissimi nomi di compositori verso i quali esprimeva i propri giudizi. Anche qui c’erano i “B” e i “C”. Bach era divertente, ma non un grande genio, Beethoven non certo infallibile, Gounod (che era vivo però) un mistero, Liszt (vivo) esteriore, Verdi (sempre vivo) peccato la sua banalità (ma aveva talento). Per non parlare dell’angoscioso Wagner (ma citato nel lavoro di propria creazione). E Brahms (simpatico uomo sì, ma pedante).
Naturalmente per il Russo c’era il Dio-Gesù in terra musicale: Mozart e-a distanza-Bizet, Dvorak, Grieg…

Così, oggi almeno, sempre più una rarità trovare il recensore, il critico, il giornalista “super partes”, che pure la storia della professione ha avuto nel passato e di cui in altre occasioni abbiam detto.
E del resto io non mi capàcito di vedere che nella raccolta di articoli del decennio mutiano a Firenze, tutti, dico tutti, fossero sempre d’accordo a lodare: Pinzauti, Bonami, Courir, Pestelli, Mila, Mandelli, De Angelis, Arruga, Bruni, De’ Rossi, Vigolo, D’Amico, Celli, Minardi, Canessa, Isotta, Rossi, Spini, Cavallotti, Messinis, Nicolodi, Zurletti, Costa, Buscaroli, Ivancich, Montanaro…
Vuoi vedere che lo Maesschtre era (ed è) proprio ‘nu Maesschtre?

*Ferruccio Tammaro, Čajkovskij. Il musicista, le sinfonie, Milano, Mursia, 2008
*Riccardo Muti al Teatro Comunale di Firenze – 1968-1982, Edizioni ETS, 2009.

https://www.youtube.com/watch?v=cjwuMgi_8b8&feature=youtu.be

 

I LIBRI. 1

LE FOLLI NOTTI DI MILLEUNANOTA

All’inizio era Antonio. Poi venne Otto e dopo un po’ suo fratello Tito (“Tito… Tu che ritingi i tetti di ‘asa, 'un tintendi tanto di tetti ritinti…“). Loro cugino si chiamava Marco. Il loro gatto Magù. Loro zio era Raspu, il lercio. Tutti quanti abitavano a “Milleunanota”, un borgo fantastico sperduto tra le montagne di non si sa bene dove.

GUARDA IL TRAILER:

https://www.youtube.com/watch?v=Tp7PHTIElFw